Myocastor Coypus – Nutria

La Nutria, una pelliccia invadente

Immagine di una NutriaHABITAT

La Nutria è l’unico esemplare della famiglia delle Myocastoride. Allevata industrialmente per la sua pelliccia è originaria del Sud America, dove abita allo stato selvaggio dalla Bolivia al sud del Brasile fino in Argentina. In seguito fu introdotta in gran parte del mondo.

In Italia si è adattata molto bene nella pianura padana  e nella Toscana, in tutti i posti dove trova acqua ferma in abbondanza, canali, fiumi e stagni. Amante degli acquitrini si aggira nei territori di bonifica dove trova le sponde dei canali coperte di vegetazione adatte alla costruzione della sua tana.

Assente quasi del tutto dall’Italia meridionale ma presente, sempre perché introdotta, in molti paesi d’Europa, fu eradicata con successo negli anni ‘90 dall’Inghilterra. Purtroppo nei luoghi dove è tornata allo stato selvaggio senza nessun predatore all’altezza di un caimano, spesso causa ingenti danni alle coltivazioni.

MORFOLOGIA

La Nutria si deve distinguere dall’Odantra (rat musqué) appartenente invece alla famiglia degli Arvicolini, per la taglia nettamente superiore, la coda cilindrica (tipo topo) anziché piatta, e pelosa anziché glabra. Grande nuotatrice, la Nutria ha un muso tozzo e una corporatura massiccia.

  • Lunghezza del corpo: esclusa la coda; 35-60 cm
  • Lunghezza della coda : 25-42 cm , appunto come dicevamo sopra la coda è simile a quella di un grosso ratto ma con radi peli corti.
  • Peso corporeo: tra i 4.8  e i 9 Kg.
  • Colore del pelo: dovuto al fatto che era un animale selezionato per la sua pelliccia, troviamo molti esemplari rinselvatichiti albini mentre in natura normalmente ha un mantello di colore marroncino grigiastro, di tono più chiaro sul ventre , Il sottopelo (borra) è grigio, più folto e morbido soprattutto nella zona della pancia. La sua pelliccia è impermeabile, le sue vibrisse lunghe.
  • Vista: gli occhi sono piccoli e la vista non è particolarmente sviluppata. Come le orecchie anche gli occhi della nutria sono posti in alto per poter rimanere fuori dall’acqua quando nuotano.
  • Denti: la Nutria ha incisivi larghi e robusti, colorati anteriormente di color arancione, molari e premolari a corona alta per un totale di 20 denti.
  • Orecchie: la Nutria ha orecchie piccole rispetto al muso e poco sporgenti.
  • Zampe: Dovendo nuotare e scavare, le zampe per la Nutria sono molto importanti, perciò le zampe posteriori presentano dita palmate atte al nuoto e quelle anteriori dei grossi unghioni. Piede posteriore 11-14 cm. con quattro dita.
  • Feci: Gli escrementi si ritrovano lungo le rive dei fiumi o galleggiando, presentano sottili solchi longitudinali. Di dimensioni variabili in media misurano tra i 3 e i 5 cm e sono larghi 1 cm. marroni o verdastri.
  • Durata della vita: In natura la nutria vive normalmente 4-5 anni ma in cattività può vivere fino a 12 anni.

Immagine di escrementi di una Nutria

Immagine di impronte di una NutriaImmagine di una Nutria nella sua tana

fig.1: “fatte” di Nutria

fig.2: impronte di Nutria

fig.3: tana di Nutria a pelo d’acqua

COMPORTAMENTO SOCIALE e RIPRODUZIONE

L’attività delle Nutrie è prevalentemente notturna e crepuscolare, ma quando non si sentono minacciate si muovono anche durante le ore del giorno. Compie grandi spostamenti (alcuni chilometri)  quotidiani alla ricerca di cibo sia in acqua che in terra.

Essendo un abile nuotatrice, la Nutria ha una struttura corporea atta alla funzione, occhi e orecchie in alto rispetto al muso, zampe posteriori palmate, i capezzoli della femmina di nutria sono capaci di continuare l’allattamento dei piccoli di Nutria anche sotto l’acqua, e le labbra come le narici valvolari si chiudono a comando. Può rimanere sott’acqua a lungo per sfuggire a un predatore.

Le tane delle Nutrie vengono scavate a ridosso degli argini dei canali e laghi, molte volte non sono molto profonde, e hanno uscite secondarie nascoste dalla vegetazione sul pelo dell’acqua.

Le Nutrie vivono in gruppi con un maschio dominante, altri maschi e femmine e alcuni giovani. Hanno un forte spirito di cooperazione e fedeltà al gruppo e collaborano tutti nelle cure e nella protezione delle piccole Nutrie.

La femmina di Nutria raggiunge la maturità sessuale tra i 3 e gli 8 mesi, mentre i maschi tra i 4 e i 10 mesi. Qui in Italia nonostante possa riprodursi durante tutto l’anno, si ha un picco tra maggio e novembre. La gestazione dura in media 132 giorni e vengono alla luce tra gli 1 e i 9 piccoli di nutria. Le Nutrie possono partorire uno o due volte all’anno.

Altri indizi della loro presenza li possiamo trovare nelle piste larghe 40 cm circa che le nutrie lasciano nella vegetazione vicino all’acqua, siano esse colture o terreni incolti.

ALIMENTAZIONE e DANNI alle CULTURE

Esclusivamente vegetariana, la Nutria raramente si nutre di molluschi o pesci morenti.  Quindi si ciba di una grande varietà di piante durante tutto l’anno, di graminacee delle quali mangia le parti basali più tenere, in primavera di germogli e cannucce palustri, dando origine così ad un grave danno ambientale perché, mangiandone anche il rizoma, ne impedisce la riproduzione, modificando in questo modo l’areale per la nidificazione di molti uccelli palustri.

In autunno la nutria si nutre anche di frutti, semi di girasole, e in inverno di cortecce, erodendo gli alberi alla base, mangia tuberi e radici soprattutto degli appezzamenti di terra vicini all’acqua.  Nasce così un problema di stabilità, con le tane delle nutrie che sono costruite per l’appunto al di sotto di essi, con susseguente pericolo di inondazioni degli appezzamenti circostanti.

Le Nutrie nonostante siano protette per legge, sono soggette a vere e proprie cacce illegali all’arma da fuoco, oltre ad essere oggetto di avvelenamento da esche tossiche e trappolamenti da parte dei contadini che hanno subito i danni o degli stessi cacciatori che non trovano più gli uccelli da cacciare.

Quando attaccata o quando tentiamo di allontanare la Nutria, essa tenterà immediatamente di fuggire verso l’acqua, se gli verrà impedita la fuga, attaccherà digrignando i denti e sbattendoli rumorosamente.

Attenzione perché il suo morso può essere pericoloso oltre che molto doloroso e profondo!

La Nutria, nel suo areale d’origine, è cacciata anche per la bontà rinomata della sua carne.

Consultiamo sempre uno specialista in derattizzazioni, i biologi delle ditte di derattizzazioni presenti nelle zone maggiormente colpite da questo particolare flagello, sapranno consigliarvi sicuramente i metodi migliori per allontanare le nutrie prima di mettere mano al fucile o dare origine a nuovi danni ecologici come quello che già, in primis, ha creato il problema. Certo è che, abbiamo e stiamo pagando caro, una stupida voglia di pelliccia.

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Istrice – Hystrix cristata 3.75/5 (4)

L’Istrice, Spinosa o Porcospino

Istrice immagine

SCHEDA ETOLOGICA

Volendo essere sincera, di danni le Istrici ne fanno proprio tanti. Però sono bellissime, con i loro aculei zebrati, con la loro dolcezza e dedicazione che mettono nell’allevare insieme al compagno i loro piccoli e per il fatto di appartenere ai pochi animali monogami presenti in natura. Il mio punto di vista è sicuramente molto “umano” (alcuni direbbero addirittura: molto “femminile”) lo riconosco, ma a mia discolpa devo precisare che conosco Le Istrici molto bene, fin da bambina, la loro presenza notturna e improvvisa oltre a popolare i miei sogni infantili e gli orti della mia famiglia, ha fatto parte di quella natura selvaggia, profumata di mare, mirti e rosmarini che sta scomparendo purtroppo con la mia giovinezza.

Come prima cosa loro amano (dovrei dire divorano) tutti i tipi di piantine, ortaggi e cereali, o almeno tutte quelle che pianto perché piacciono anche a me.

In maremma dove abito, è chiamata la “Spinosa” e la sua presenza, insieme al cinghiale, distrugge e causa problemi a molti orti e coltivazioni fruttifere. Per proteggersi dall’Istrice, Roditore a sua volta protetto per legge anche se considerato a “rischio minimo”, l’unica soluzione è la costruzione di un recinto, che però dovrà essere alto almeno un metro e mezzo e interrato per alcune decine di centimetri, poi…pregare che non vengano i cinghiali a buttarlo giù! Se non avete cani vegetariani,forse sarà meglio elettrificarlo un po’…

Ma come catturare un istrice? Altra difesa possibile, ma ancora non comprovata, sono i sistemi repellenti a ultrasuoni, che però sembra attirino i cinghiali in qualche modo.

Attenzione però a non confondere l’Istrice con il Riccio, che non è un Roditore e, al contrario, è molto utile nella protezione dei nostri orti e dei nostri giardini in quanto insettivoro e carnivoro (ci libera dai topi).

Ovviamente Il problema non è l’Istrice, Spinosa o Porcospino che dir si voglia, ma il disequilibrio naturale che ha diminuito notevolmente il numero delle volpi, naturali predatrici dell’Istrice giovane. Altro grande predatore è l’uomo che ne ha da sempre apprezzata molto la carne, e le sue macchine, nel senso di automobili, che uccidono spessissimo sia l’Istrice che il Riccio (Erinaceus europaeus),con più propensione per il secondo, sulle strade che percorrono alla ricerca di corridoi naturali, ormai sempre più rari.

Gli Istrici (spinose o porcospini) sono protetti dalla legge, non si può ucciderli né tantomeno catturarli o tenerli in cattività, le multe sono salatissime.

Vediamo comunque in mezzo a tanti disastri di conoscerlo un po’ meglio e soprattutto di imparare a riconoscerlo.

HABITAT

L’Istrice è diffusa specialmente nelle aree pianeggianti e collinari, difficile, ma non impossibile, incontrarla sopra i 900 mt.  Ama la vegetazione abbondante, con alberi e arbusti, si trova perciò ottimamente in tutta la macchia mediterranea dell’Italia (Sicilia compresa) e dell’Africa fino allo Zaire e al nord della Tanzania.

Esistono testimonianze di storici naturalisti Romani tra i quali Plinio il Vecchio, e ritrovamenti fossili che confermano la presenza autoctona dell’Hystrix cristata nella nostra penisola.

L’areale italiano dell’Istrice (spinosa, porcospino) appare in continua espansione. Importante per l’Istrice è avere a disposizione molti corridoi naturali quali siepi e corsi d’acqua, dato i continui spostamenti della specie (fino ai 1300 metri giornalieri).

E` il più grande tra i Roditori italiani. Le tane dell’Istrice sono scavate in terreni inclinati, tra la folta vegetazione e hanno un foro d’ingresso ampio che le fa riconoscere dalle tane del Tasso, di cui spesso colonizzano le gallerie, per l’accumulo di terra da scavo appena fuori. La rete delle tane dell’Istrice è ampia e con varie uscite.

Di giorno si può ricoverare in grotte o edifici abbandonati dall’uomo.

Immagine di un Istrice nella sua tana
Tana di Istrice

MORFOLOGIA

  • Lunghezza del corpo: la lunghezza dell’Istrice testa-corpo è di 50-82 cm
  • Lunghezza della coda: 5-17 cm
  • Peso corporeo: Tra i 13 e i 30 Kg
  • Pelo: I famosi aculei dell’Istrice, erettili, a fasce bianche e nere, non sono altro che peli modificati e sono presenti soprattutto sul dorso, fianchi e coda. Gli aculei della coda sono particolari; sottili alla base e allargati e cavi alla fine, quando agitati, producono un caratteristico suono simile a un crepitio. Sono attaccati molto lievemente al corpo, così che si possano staccare facilmente ed essere letali per gli aggressori.  I peli veri e propri sono setole di colore nerastro e quelli sulla testa sono particolarmente lunghi fino a estendersi sul collo formando una cresta biancastra, di modo che quando vengono eretti, insieme agli aculei possano sembrare aculei essi stessi e proteggere almeno visivamente l’unica parte esposta dell’animale. L’Istrice ha lunghe e sensibili vibrisse.
  • Zampe: Forti a colonna. Unghie corte e robuste. Piede posteriore 7-9 cm con cinque dita. Il piede anteriore invece ha quattro dita. Le impronte dell’Istrice sono piuttosto arrotondate, e spesso si notano anche le forti unghie.
  • Vista: Sviluppata, pur avendo occhi piccoli, vede fino a 30 metri.
  • Denti: Non possiede canini. Incisivi molto sviluppati. Totale 20 denti.
  • Orecchie: Padiglioni auricolari poco sviluppati.
  • Feci: anche chiamate “fatte”, sono presenti soprattutto vicino alle tane dell’istice, in piccoli mucchietti, sono simili a quelle del rattus norvegicus, ma più grandi, oblunghe tra i 2 e i 4 cm di lunghezza.

 

Immagine di un impronta anteriore di Istrice

Immagine di escrementi di un IstriceImmagine di aculei d'Istrice
fig. 1: impronta anteriore
fig. 2: fatte (escrementi) d’istrice
fig.3: aculei del dorso e della coda

COMPORTAMENTO SOCIALE e RIPRODUZIONE

Di abitudini prevalentemente crepuscolari e notturne l’Hystrix cristata, ama spostarsi intorno al suo territorio e vicino la sua tana, soprattutto durante le prime ore della notte, è un abile nuotatrice capace di attraversare corsi d’acqua anche abbastanza larghi.

E`un animale monogamo, ossia sceglie il proprio compagno o compagna per il resto della vita. Vivono in piccoli gruppi di coppie o, un maschio e una femmina con diversi giovani.

Cosa usa l’istrice per difendersi? Le Istrici non sono rumorose, solamente quando disturbate emettono soffi e grugniti. In questa fase di agitazione difensiva erigono gli aculei, cominciano a battere i piedi posteriori sul terreno e, agitando la coda, tramite quel particolare tipo di aculei internamente vuoti, producono un suono crepitante.

L’Istrice è un animale anche abbastanza rapido, e quando è in fase difensiva può essere anche molto pericoloso, soprattutto per quei predatori che, non avendo il pollice opponibile, difficilmente riusciranno a togliersi i resti degli aculei della Spinosa che, facilmente si spezzano nelle carni, provocando infezioni.

Non si conosce esattamente la durata della stagione riproduttiva, ma sappiamo che si accoppia prevalentemente la notte, e che, i piccoli dell’Istrice nascono dopo i 90 e i 120 giorni, in numero di uno o due, raramente tre piccoli, già ben sviluppati e con gli occhi aperti sono in grado di uscire dalla tana dell’istrice dopo appena una settimana

Si sa che le cure dei bravi genitori durano a lungo. Così, alle cure dei piccoli di Istrice, partecipa amoroso anche il maschio.

Cosa mangia l’istrice?

L’istrice cosa mangia? Strettamente vegetariano l’Istrice, preferisce le parti ipogee delle piante erbacee, quali rizomi, tuberi, bulbi e radici (proprio come il cinghiale!), che si procura scavando il terreno con le sue forti unghie. Durante il periodo invernale quando non si trovano germogli e ne frutti caduti al suolo, L’istrice attacca le parti legnose (corteccia) di piante arboree, alla base degli alberi, causando gravi danni ai frutteti.

Nelle zone agricole la Spinosa o Porcospino mangia prevalentemente semi di girasole e chicchi di cereali.  Molte volte dentro le tane di Istrice sono stati ritrovati ossa di altri ungulati, sembra che l’Istrice le rosicchi per procurarsi il calcio necessario. Per questo è importante saper installare trappole per istrice adeguate.

Immagine di danni a baccelli di fava provocati da un IstriceImmagine di danni a piante di mais provocati da un IstriceImmagine di danni ad un albero di mele provocati da un IstriceQui sopra e al lato tre scene di danni provocati dall’Istrice: in un campo di fave dove, oltre che a mangiare solo i baccelli, abbatte le piante, stessa cosa in un campo di mais e in un frutteto di meli in inverno. Come il suo lontano parente il Riccio, mangerebbe fino a scoppiare.

Abbiamo già accennato poc’anzi alle difficoltà di difenderci dagli attacchi famelici degli Istrici alle nostre coltivazioni, riteniamo perciò opportuno che sia consultata, prima di prendere qualsiasi provvedimento, una ditta di derattizzazioni, la quale saprà senz’altro consigliarvi e perlomeno informarvi su eventuali nuovi apparecchi non dannosi per l’animale.

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Mus domesticus: il Topo delle case. Conosciamolo meglio!

Gli argomenti che tratteremo in questi articoli a carattere etologico su ciascuna delle tre specie di Muridae endemiche , partono dall’idea che non sia conseguibile ne biologicamente corretto, l’eradicazione totale dall’ambiente di una specie per quanto dannosa possa essere, in accordo con i più elementari principi di ecologia. Ribadendo comunque, fermamente l’idea, che non sia possibile tollerarne la presenza negli ambienti dove noi viviamo e ancora meno negli ambienti di lavoro, specialmente quando questi sono destinati alla produzione, deposito e manipolazione degli alimenti.

MUS MUSCULUS, MUS DOMESTICUS

Immagine di un Topo domesticoScheda etologica sui Topi, Topo delle case, Topo domestico

Eccolo il nostro bel topolino domestico, dotato di ottime caratteristiche psico-fisiche , capace di compiere salti fino a 40 cm, di buttarsi da altezze superiori ai 2 metri, di passare attraverso buchi e fessure poco più grandi di 6 mm, di arrampicarsi su qualsiasi tipo di superficie e con una forte resistenza fisiologica ai topicidi che tentiamo in tutti i modi di somministrargli!

Dicono sia scarsamente pauroso ed estremamente curioso, che strano!  Ma noi sicuramente siamo più curiosi di lui, perciò conosciamolo meglio:

Habitat:

Allo stato selvatico il Mus domesticus (Mus musculus) o topo delle case vive in tutti i tipi di ambiente, dalle città, alle campagne, alle zone boschive. Di solito vivono in stretto contatto con gli esseri umani. In realtà è proprio questa simbiosi che gli ha permesso di colonizzare gli ambienti più ostili; dal deserto alle zone sub-artiche.

Nelle campagne preferiscono frequentare i granai e i fienili dove, ovviamente possono trovare cibo in abbondanza, ma è anche un assiduo abitatore di magazzini e industrie alimentari. Nelle nostre abitazioni, trovano rifugio nelle cantine e nei solai , quando non incontrano la concorrenza di altre specie quali il Rattus rattus e il Rattus norvegicus che rispettivamente prediligono la parte alta (tetti, solai) e la parte bassa (cantine legnaie, fognature) delle nostre case, in questo caso occupano tranquillamente la parte più abitata. Costruiscono i propri nidi nei mobili,nelle imbottiture, nelle fessure dei muri e addirittura negli apparecchi elettronici, utilizzando materiali soffici quali carta,paglia, stracci,polistirolo, mentre nelle zone agresti, i topi creano tane, per ricavarne nidi, scavando cunicoli con complesse reti di gallerie e varie vie di fuga garantite.

Immagine disegnata del caratteristico habitat del Topo domestico

Morfologia:

Lunghezza del corpo: esclusa la coda è di 6-12 cm;
Lunghezza della coda: può arrivare fino a 10 cm. Ed è in pratica senza peli;
Peso corporeo : tra i 12 e i 50 g nell’adulto.
Colore del pelo: varia dal bianco (albino) fino al grigio scuro o brunastro con ventre e fianchi normalmente più chiari.
Vista: non particolarmente sviluppata, ha gli occhi di colore nero con eccezione dei topi albini nei quali assumono un colore rosso. Non riconoscono i colori e non vedono più lontano di 2-3 m.
Denti: 16 denti, diastema lungo per mancanza di premolari e canini e gli incisivi sono a crescita continua, contenuta attraverso un costante consumo sulle superfici masticatorie.
La distanza tra gli incisivi del topo maschio è di 1,5 mm e nella femmina di 3 mm
Orecchie: sistema uditivo dei topi è molto sviluppato, orecchie grandi e sporgenti, ha un udito molto aguzzato; percepisce una vasta gamma di ultrasuoni.
Olfatto: anche questo molto sviluppato che gli permette di sentire a distanza i ferormoni utilizzati comunemente per la comunicazione tra la specie.
Torace: provvisto di 3 paia di mammelle e 2 sono presenti sull’inguine.
Feci: appuntite , piccole , marrone scuro,di circa 6 mm di larghezza, defeca +/- 50 volte al giorno. L’urina è visibile nell’oscurità mediante una luce UV. Le feci sono per noi, un ottimo indicatore della loro presenza.

Topo domesticoImmagini di topiImmagine di impronte di Topo domestico

Metabolismo:

Molto elevato dovuto alle sue ridotte dimensioni;

frequenza cardiaca:325-780 /min;
frequenza respiratoria: 60-220/min;
temperatura corporea: tra i 36,5 e i 38°C.

I Topi si termoregolano dilatando le vene della coda e quelle delle orecchie e sudando dalle ghiandole sudoripare poste sotto i cuscinetti plantari.

Durata della vita:

2 o 3 anni , dipendendo dal ceppo genetico.

Riproduzione:

Il sessaggio del topo e dei ratti in generale si rileva dalla presenza dei capezzoli, che sono ben visibili nella femmina e sulla distanza tra l’ano e gli organi genitali esterni che nel maschio è superiore di 1,5-2 volte rispetto a quella della femmina.
Quando i topi si installano in uno spazio aperto, il periodo riproduttivo spazia dalla primavera fino al tardo autunno , al contrario, dentro le case, nei magazzini, in posti chiusi e protetti, al calduccio insomma, può riprodursi durante tutto l’anno.
Le femmine raggiungono la maturità sessuale dopo circa 6 settimane e possono partorire fino a 10 nidiate all’anno, in ogni nidiata partoriscono tra i 4 e i 7 piccoli topini glabri, che avranno bisogno di cure continue per circa due settimane.

Comportamento sociale:

La struttura sociale e le abitudini dei topi sono molto marcate.
In natura il topo domestico ha prevalentemente abitudini notturne, ma quando è in cattività lo vediamo nutrirsi sia di giorno che di notte. È estremamente rapido nei movimenti (arriva a 12km/h) considerando che il raggio di azione di ogni individuo non supera i 10 metri alle volte sembrano quasi invisibili, seppure i maschi abbiano la tendenza all’esplorazione di nuovi territori.
Vive in gruppi con una forte struttura gerarchica ed è difficile trovare, a causa dell’aggressività dei maschi, un gruppo con più di un maschio dominante. Questa aggressività viene influenzata dagli alti livelli di testosterone presente proprio nei maschi e non è raro che giovani maschi siano allontanati dal gruppo. Tutti, topi, ratti e pantegane marcano il territorio con la propria urina, sono quindi molto abitudinari per quanto riguarda i tracciati percorsi che memorizzano meticolosamente.

Il Mus musculos é territoriale e coloniale anche se la territorialità è più marcata allo stato selvatico. I maschi dominanti creano le loro proprie colonie all’interno del territorio, composte da numerose femmine con i loro piccoli. Sono rare le lotte interne alla colonia ma quando aggrediti dall’esterno si difendono in gruppo,tutti insieme lottano contro gli intrusi.
Anche le femmine , specialmente per difendere i loro piccoli topolini, manifestano a volte ostilità nei confronti degli altri soggetti ma possono anche manifestarsi forme di collaborazione tra di esse, sia per la costruzione del nido che per l’allattamento nel caso di parti sincroni. I sintomi d’interazione sociale caratteristici della specie ( difesa, aggressività, accoppiamento, cure parentali ) sono anche i sintomi del loro benestare, quando questi vengono a mancare abbiamo la comparsa di comportamenti stereotipati (movimenti circolari troppo frequenti, andatura a salti) che chiaramente indicano uno stato di malessere.

Preferenze alimentari:

Onnivoro, il Mus domesticus ha come alimento preferito tutti i tipi di semi,e generalmente ha molte fonti da cui trarre alimentazione , dentro il proprio raggio d’azione, che, come dicevamo, non è particolarmente esteso. Quando però vengono a mancare le fibre vegetali, mangia e rosicchia tutto quello che trova appetibile. Egli apprezza molto i resti incustoditi o gli avanzi dell’alimentazione umana, ma anche fili elettrici (non sono rari i corto circuiti causati dal topo domestico), materie plastiche e tessuti. Pratica anche la coprofagia (il mangiare le proprie feci), in caso di necessità. Può consumare acqua allo stato normale o può ottenerla dagli stessi alimenti che mangia, sempre che questi abbiano almeno il 18% di umidità.

Il topo ha anche una notevole resistenza fisiologica a molti tipi di topicidi comunemente in commercio, il che può creare non pochi problemi alla derattizzazione.

Riconoscere i segnali della presenza di topi:

•    Rumori: specialmente notturni ( un’ora dopo il tramonto fino ad un ora prima dell’alba)
•    Feci: piccole, scure, appuntite, normalmente si trovano negli angoli e a ridosso delle pareti, l’urina come dicevamo oltre all’odore si può vedere con la lampada di Wood (lampada UV).
•    Materiali rosicchiati: specialmente il legno, che diventa color chiaro quando è stato rosicchiato recentemente, e dopo qualche giorno, diventa nero. Si riconoscono anche abbastanza facilmente i caratteristici segni degli incisivi.
•    Altri segnali: I topi creano i loro propri cammini, essendo abitudinari. Su questi cammini si trovano tracce oleose e con un particolare odore quando fresche , le tracce più vecchie invece si distaccano quando toccate.

Quanto ai metodi per riconoscere i danni dovuti alla presenza dei topi , la tipologia e le malattie trasmesse dai topi e soprattutto come difenderci dai topi, essendo argomenti comuni alle due specie di Muridae,( il Ratto e la Pantegana) li affronteremo in altri e più specifici articoli a seguire.

Sempre e comunque non ci stancheremo di mettere in guardia i nostri lettori che, qualsiasi dubbio sulla presenza di qualsiasi specie di roditori nell’ambiente prossimo al nostro, sia essa la nostra casa, il nostro posto di lavoro, il nostro cibo, richiede una pronta e qualificata attenzione da parte di personale qualificato e competente.

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La Talpa europea, dannosa ma non tanto! 5/5 (1)

LE TALPIDAE – SCHEDA ETOLOGICA

Immagine di una Talpa Europea

Difficile incontrare a tu per tu un animale solitario e con spiccate abitudini fossorie come la Talpa.

Quando scopriamo che è nostra ospite, ammirando le ordinate montagnole di terra apparse sul nostro bel prato, è ormai troppo tardi.

Cacciata da tempo per la sua pelliccia è lei stessa previdente e abile cacciatrice di insetti nocivi.

Non appartiene, come molti credono, all’ordine dei Roditori ma bensì è un Insettivoro dell’ordine Soricomorpha della famiglia delle Talpidae .
In questo articolo parleremo principalmente di tre specie di Talpe, le più comuni sul nostro territorio:

  • La Talpa europea
  • La Talpa romana
  • La Talpa caeca (cieca)

Esse si distinguono tra loro attraverso piccole differenze morfologiche che sottolineeremo di volta in volta, ma per lo più il loro comportamento e i danni che provocano sono gli stessi.

HABITAT:

In realtà l’habitat preferito dalla Talpa è il bosco, ma non disdegna i nostri giardini e coltivazioni agricole, dove può causare non pochi danni. Predilige terreni fertili e profondi dove più facilmente può scavare e trovare il cibo.

Presente in tutta Europa, la Talpa europea si riscontra persino in Mongolia. Nella nostra penisola in alcune parti delle Alpi vive nello stesso territorio della Talpa cieca, e nell’Italia centrale entra sicuramente in contatto con la Talpa romana. Le differenze tra le tre specie sono minime, tanto è che abbiamo deciso di proporvele in un unica scheda etologica.

MORFOLOGIA:

  • Lunghezza del corpo: 11-16 cm
  • Lunghezza della coda: 2,5-3,3 cm
  • Peso corporeo: tra i 65 e i 120 gr. La Talpa europea è più grande e pesante della Talpa cieca, ma è più piccola della Talpa romana.
  • Colore del pelo: pelliccia uniforme, prevalentemente nera, morbida e lucida, alle volte tende al marroncino o al grigio-azzurro.
  • Vista: molto limitata, compensata dalle numerose vibrisse e da altri organi sensibili presenti sul suo muso. Gli occhi sono protetti permanentemente da una specie di membrana.
  • Denti: aguzzi e pericolosi, ma non sono a crescita continua come nei Roditori.
  • Orecchie: quasi invisibili, prive di padiglioni auricolari, ma allo stesso tempo sembra siano molto sensibili ai rumori e agli ultrasuoni.
  • Zampe: Le zampe anteriori sono grandi, larghe, munite di unghie adatte a scavare, a forma di pala.
  • Olfatto: molto sviluppato.
  • Durata della vita: media di 3 anni. Può arrivare fino a 6.
  • Muso: appuntito con molte vibrisse
Immagine con particolari: del muso, arto anteriore e occhi di una talpa
Particolari: del muso, arto anteriore eocchi di una talpa.

Rientra nella categoria degli animali soggetti alla derattizzazione solamente a causa dei danni che provoca alle radici delle piante giovani da coltura, durante lo scavo delle sue gallerie che utilizza come terreno di caccia e che possono arrivare a coprire ampie superfici (600-900 m2), con un ritmo di 4 m.all’ora .

Si nutre in prevalenza di invertebrati, lombrichi e vermi come i nematoidi, e di larve di insetti il più delle volte dannosi all’agricoltura, come le larve di coleottero, quindi alle volte il danno, come nel caso dei nostri prati e giardini è preminentemente estetico.

Comunque la sua presenza è facilmente identificabile, come dicevamo, dalle piccole montagnole di terra smossa da scavo sul terreno.

Immagine dei caratteristici mucchietti di terra lasciati dalle talpe sul terreno
Caratteristici mucchietti di terra lasciati dalle talpe.

METABOLISMO:

La Talpa, dovuto al suo metabolismo elevato,come la maggior parte degli insettivori di piccola taglia,deve mangiare continuamente per mantenere il giusto calore corporeo, non andando in letargo caccia per due o tre ore lungo tutta la durata del giorno e poi riposa.

L’autunno e la primavera sono le stagioni in cui le talpe sono più attive.

RIPRODUZIONE e COMPORTAMENTO

Al contrario di molti Roditori che abbiamo incontrato in queste pagine, La Talpa è un animale solitario, si rifugia e si riproduce nelle gallerie più profonde dove costruisce il suo nido ricoperto di materiale vegetale che viene appallottolato a forma di palla, mentre caccia nelle gallerie più superficiali catturando gli insetti che letteralmente; “gli piovono dal cielo”.

Il momento della riproduzione è in realtà l’unico momento in cui la Talpa istaura brevi relazioni sociali; i maschi molte volte si trovano a combattere a difesa del territorio e per la possibilità di accoppiarsi.

La riproduzione delle talpe, avviene una sola volta all’anno, in primavera. la gestazione dura circa 4 settimane,  nascono in media tra i 4 e i 6 cuccioli di talpa alla volta, che verranno allattati per circa sei settimane. I cuccioli di talpa, una volta svezzati, vengono allontanati affinché comincino a crearsi la loro propria rete di gallerie.

Raramente le Talpe escono alla luce del sole e, particolare curioso, quando cattura più insetti di quelli che può mangiare al momento, li paralizza con un morso, se poi non vengono mangiati, questo effetto paralizzante dopo poco svanisce e la preda fugge come se niente fosse.

La talpa è anche un abile nuotatrice.

Alcuni metodi tradizionali e curiosi da provare prima di ricorrere a una derattizzazione professionale:

Innanzi tutto la prevenzione:Per evitare una probabile infestazione da Talpe si può collocare una rete metallica a maglia stretta interrata almeno 50 cm a protezione del nostro giardino, quando ovviamente lo spazio è contenuto e ristretto ad una certa area.

Altro metodo tradizionale era chiamato il “sistema dei coppi”, si appendeva un filo ad un ramo o ad un palo piantato nel terreno; un coppo, un pezzo di metallo e un coperchio di latta, questi mossi dal vento, sbattendo tra loro, producevano un suono sordo che sembra infastidisca le Talpe,oppure si metteva una bottiglia rovesciata sempre sopra un palo di modo che il vento ci soffiasse dentro, anche in questo caso era il rumore la causa dell’allontanamento.

Ancora più strana era l’idea di collocare teste di aringa o rami di sambuco all’uscita delle gallerie. I due metodi comunque sottolineano il fatto, da sempre risaputo, che sia l’udito che l’olfatto sono due sensi particolarmente sviluppati nelle talpe.

Certo è che, per quanto riguarda la talpa, essendo un animale per certi versi utile (mangiando gli insetti nocivi), sarebbe importante se riuscissimo in qualche modo a non ucciderla, gli stessi professionisti della derattizzazione sicuramente consiglieranno  trappole apposite o qualche tipo di fumigazione.  Comunque è bene sapere che non è un animale molto facile da debellare, e rivolgersi sempre a personale specializzato in derattizzazioni, è vivamente consigliato se non addirittura raccomandato in questo caso, perché qualsiasi tecnica decidiate di usare nel caso di un infestazione da talpe, sia efficiente al meglio e sicura per la vostra salute e quella del vostro giardino.

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La famiglia dei Gliridi, i dormiglioni dei boschi,chi sono?

i Gliridi presenti in Italia: Ghiro, Moscardino, Quercino, Driomio. Schede etologiche.

Cominciamo con il dire che queste specie sono protette dalla legge 157/1992 e, nonostante i danni che a volte possono provocare alle colture, possiamo solamente intervenire attraverso la prevenzione , la cattura e l’allontanamento. Procedimenti di derattizzazione altrettanto importanti e delicati che sottintendono un ampio conoscimento degli animali in questione.

Appartenenti alla famiglia delle Gliridae presenti in modo significativo in Italia sono:

  • Glis glisGhiro (sottofamiglia Glirinae)
  • Muscardinus avellanariusMoscardino (sottofamiglia Leithiinae)
  • Eliomys quercinus Quercino (sottofamiglia Leithiinae)
  • Dryomys nitedulaDriomio (sottofamiglia Leithiinae)

Cominciamo dal più grande dei quattro, e dal più famoso tra l’altro…chi non conosce il detto: “Dormi come un ghiro..”?

Glis Glis Il Ghiro, scheda etologica:

Immagine di un GhiroHabitat:

Ampiamente diffuso in tutta l’ecozona paleartica, dall’Europa continentale all’Asia minore. Nel primi anni del ‘900 è stato introdotto in Inghilterra.
In Italia è presente in tutta la penisola dal livello del mare fino a 1500 m e più. Quasi assente nella pianura padana e nelle Puglie.

Ama i boschi di latifoglie e le pinete litoranee miste, predilige i boschi d’alto fusto che gli garantiscono oltre al cibo in abbondanza anche maggiori possibilità di ricovero, lo troviamo anche nei boschi cedui e in tutti quei boschi che stanno nelle vicinanza di castagneti o noccioleti, colture che frequenta attivamente durante le fasi di maturazione dei frutti.

Segnali di riconoscimento della presenza dei Ghiri:

Il segnali della presenza del Ghiro sono:  il ritrovamento di grandi quantità di residui di semi e frutti, ghiande, nocciole, pinoli . La buccia delle nocciole ha sui bordi erosioni irregolari a differenza di quelle mangiate dallo Scoiattolo comune che invece le spacca distintamente a metà. I residui sono sparsi uniformemente sotto le piante da cui provengono.

Molto spesso il rifugio del Ghiro coincide con le nostre soffitte o edifici abbandonati, dove sono capaci di fare notevoli danni alle parti lignee del tetto, e qui li possiamo individuare attraverso gli escrementi dalla caratteristica forma allungata, oltre che dalla loro rumorosità , in poche parole; non sono affatto discreti, con i loro versi tipici che ricordano un russare con fischio finale.
In natura a parte quello che abbiamo detto è difficile riconoscere i danni prodotti dai ghiri da quelli di altri Roditori arboricoli di taglia media.

Tradizionalmente, per catturare i Ghiri, si usano, durante il periodo autunnale, cassette di legno o tubi di plastica attaccate agli alberi senza la necessità di mettere alcuna esca all’interno.

Morfologia:

  • Lunghezza del corpo: tra i 13 e i 21 cm.
  • Lunghezza della coda : tra gli 11 e i 19 cm. La sua coda è di colore grigio, più o meno scuro, ricoperta da un pelame lungo e folto ed ha una caratteristica difensiva importante,assai comune nei Gliridi, è soggetta ad autonomia, ossia, se afferrata da un predatore si distacca nella sua parte cutanea, le vertebre che rimangono scoperte si seccano e finiscono col staccarsi, al contrario di quello che accade in alcuni rettili , non ricresce. Ha lunghe vibrisse.
  • Peso corporeo: tra i 65 e i 190 gr., peso che aumenta prima dell’ibernazione fino a 250-300 gr.
  • Colore del pelo: I Ghiri hanno il colore del pelo tra il grigio e il grigio-brunastro con la pelliccia più chiara sui fianchi con una linea di demarcazione tra i due colori ben marcata, il pelo è morbido e sottile, potrebbe essere confuso con lo Scoiattolo grigio se non fosse che il Ghiro è decisamente più piccolo e con le zampe posteriori più corte.
  • Vista, forma degli occhi: gli occhi sono grandi e sporgenti con un contorno del pelo più scuro.
  • Denti: hanno la radice, non sono molto evidenti, anche se acuminati, hanno una crescita limitata (denti branchiodonti) per un totale di 20 denti.
  • Intestino cieco: assente, questo fa si che non possano digerire cibi ad alto contenuto di cellulosa.
  • Orecchie: sono corte e arrotondate spesso di un colore più scuro, tra l’1,5 e 2,4 cm di diametro.
  • Piedi: piede posteriore tra i 2,5 e i 3,5 cm di lunghezza. Hanno unghie lunghe acuminate e ricurve, ottime per arrampicarsi rapidamente.
  • Durata della vita: Il Ghiro ha un aspettativa di vita elevata compresa tra i 6 e i 12 anni , in media 9.

 

Immagine di una famigliola di ghiri che dormeComportamento sociale:

Come abbiamo già accennato, i Ghiri vanno in ibernazione, la loro attività annuale è caratterizzata da fasi, tra le quali, la fase antecedente all’ibernazione è il momento in cui i Ghiri si nutrono di più e sono più attivi. L’ibernazione vera e propria ha una durata differente a seconda del clima. In Italia di solito dura sei mesi e va da novembre agli inizi di maggio e può essere interrotta da brevi risvegli.

La loro attività, quando non dormono è prevalentemente notturna. Il nido dei ghiri normalmente è nelle cavità degli alberi, in quelle naturali o vecchi nidi di picchi, nelle case invece frequenta le soffitte, i sottotetti o anche grotte, insomma qualsiasi rifugio gli possa assicurare le giuste condizioni di umidità e protezione dal freddo. Abita anche le casette dei nidi per uccelli, quando disponibili, ma solamente nei periodi di attività.

Il Ghiro ha un accentuato comportamento di aggregazione, ma senza una gerarchia precisa, due o tre femmine imparentate tra loro possono addirittura divedersi il nido e allevare insieme i loro piccoli.
Il periodo riproduttivo va da giugno ad agosto, le nascite avvengono tra fine luglio e fine agosto, la femmina nella maggior parte dei casi fa’ un solo parto all’anno, i piccoli di ghiro che nascono in media sono tra i 4 e i 6.

Preferenze alimentari:

Essenzialmente vegetariano, il Ghiro non disdegna cibarsi d’insetti, larve o uova di uccelli. Specialmente al risveglio del letargo invernale, mentre più si va verso l’estate più si nutre di vegetali ad alto contenuto energetico, in generale avvicinandosi il periodo dell’ibernazione aumenta il consumo di cibo.

Un ruolo importante per l’aumento del tessuto adiposo, a partire dalla fine di giugno lo hanno le nocciole per poi passare alle ghiande, castagne e faggiole. Alle volte in mancanza di alimento può decorticare gli apici di piante arboree, per nutrirsi della linfa causando danni anche gravi ai rami apicali.

Curiosità:

La specie è stata sempre molto ricercata per la prelibatezza delle sue carni, fin dal tempo degli antichi romani, i quali li allevavano in appositi contenitori chiamati gliraria, a questo proposito è probabile che le popolazioni insulari in Italia siano state introdotte proprio in quel periodo , grazie al loro utilizzo come risorsa alimentare.
Tradizioni culinarie rimangono tuttora in alcune zone d’Italia, soprattutto in Toscana, Lazio e Campania , dove la specie è purtroppo ancora oggi, vittima del bracconaggio.

Muscardinos avellanarius– Il Moscardino

Immagine di un Ghiro MoscardinoHabitat:

Come tutti i componenti della famiglia dei Gliridi anche il Moscardino è specie protetta, (legge 157/1992 della convenzione di Berna).

Intelligente agile e con un notevole senso dell’equilibrio è diffuso in gran parte dell’Europa continentale, fino alla Danimarca e svezia a nord, mentre al sud è presente in Grecia, e nel nord della Turchia.

In Italia lo troviamo in tutta la penisola, meno lungo le coste troppo abitate e in gran parte della pianura padana, completamente assente in Sardegna e nelle isole minori.

Il Moscardino abita i boschi di vario tipo purchè non siano troppo piccoli o troppo isolati, ha bisogno di siepi di “collegamento”che, permettano agli individui, di migrare da un bosco all’altro, è importante anche la presenza di un sottobosco abbondante con arbusti e piante rampicanti e continuità tra le chiome degli alberi più bassi. Adora i boschi di querce cedui e ovviamente i noccioleti, da qui il suo nome “avellanarius”.

Segnali di riconoscimento della presenza del Moscardino:

Possiamo riconoscere la presenza del Moscardino osservando alcuni segnali caratteristici:

  • Quando incontriamo nidi a forma subsferica senza un foro di entrata delimitata in mezzo ai cespugli o alle piante rampicanti, tra gli 1 e i 5 m dal terreno costituiti da corteccie, foglie, muschio, steli d’erba.
  • Nei noccioleti rinveniamo in terra o addirittura ancora appesi all’albero nocciole con erosioni perfettamente circolari, dove sui bordi troviamo solo i segni degli incisivi superiori. Pur non essendo soggetto a pullulazione e quindi ad un aumento demografico elevato, può causare danni alle culture di nocciole.

Le tecniche di rilevamento usate per i Moscardini sono l’hair-tubing utile per rilevare la presenza di quasi tutti i Roditori arboricoli che consiste in collocare tubi di plastica aperti da un solo lato su arbusti a 2-3 metri d’altezza senza esca o le cassette nido con il foro d’entrata rivolto verso il tronco cosí da non essere usate dagli uccelli.

Morfologia:

  • Lunghezza del corpo: tra i 6,5 e i 9 cm., è il più piccolo tra i Gliridi europei, il suo piede posteriore misura tra 1,5 e 1,8 cm
  • Lunghezza della coda: la coda è lunga tra i 5,5 e gli 8,5 cm interamente coperta di pelo folto e lungo.
  • Peso corporeo: tra i 15 e i 30 g, poco prima dell’ibernazione, può arrivare a pesare 40 g.
  • Colore del pelo: il pelo ha un colore brillante marroncino tendente all’arancio, o giallo-fulvo, il ventre è color crema chiaro. Su ciascuna delle guance ha una macchia di pelo bianco.
  • Vista, forma degli occhi: gli occhi sono grandi e sporgenti, normalmente neri.
  • Orecchie: sono poco sviluppate e arrotondate, misurano tra 1 e 1,2 cm.
  • Denti: totale di 20 denti, hanno la radice, non sono molto evidenti, anche se acuminati, hanno una crescita limitata (denti branchiodonti).
  • Durata della vita: In natura può vivere tra i 3 e i 5 anni, in media 4. si può dire quindi che è abbastanza longevo.

Immagine di un Ghiro Moscardino arrampicato su un fioreComportamento sociale:

L’attività dei Moscardini è caratterizzata da un lungo periodo di ibernazione (letargo) che varia molto a seconda del clima e delle latitudini.

Nell’Italia centrale questo periodo si colloca tra novembre ed aprile, ma è stato evidenziato che, nel clima mediterraneo non occorre un vero e proprio periodo di ibernazione, piuttosto lo si può definire una specie di torpore, intervallato da fasi attive di alcune ore. Questi periodi di torpore durano in media tra i 15 e i 30 giorni.

Quando attivo, il Moscardino vive principalmente la notte, e lo si osserva nei suoi agili spostamenti tra le fronde degli arbusti, difficilmente scende a terra, in effetti è il meno terricolo della sua famiglia.

Il nido del Moscardino usato durante l’inverno è differente da quello estivo, appena uscito dal letargo va alla ricerca di un nuovo posto dove costruirlo, più individui possono condividere lo stesso nido. Durante la buona stagione occupa facilmente le casette nido per uccelli sempre riempiendole con materiale vegetale.

La riproduzione coincide con la primavera e prosegue per buona parte dell’estate le femmine della specie possono partorire due o anche tre volte all’anno, la gestazione dura tra i 22 e i 24 giorni e danno alla luce tra i 3 e i 5 piccoli di moscardino ad ogni parto. La maturità sessuale avviene dopo il superamento del primo inverno.

Preferenze alimentari:

Come gli altri Gliridi il Moscardino non ha l’intestino cieco e questo fatto le rende indigesta la cellulosa presente nelle erbe e nella foglie, le sue preferenze, di conseguenza, sono indirizzate verso fiori e frutti, non disdegna comunque, seppur per brevi periodi, larve ed insetti.

Durante il periodo estivo però l’alimentazione del Moscardino si concentra sui semi di numerose piante tra i quali le nocciole e le ghiande delle querce, questo le permette di immagazzinare più riserve lipidiche in vista dell’ibernazione. La mortalità è alta per l’appunto, tra i giovani moscardini , nati alla fine dell’estate che non sono riusciti ad accumulare, per mancanza di tempo, sufficenti riserve.

Eliomys quercinus – Quercino, anche chiamato: Topo Quercino

Immagine di un Topo QuercinoHabitat:

Il Quercino o Topo quercino (Eliomys quercinus) è diffuso in gran parte dell’Europa sud-occidentale e centrale, non è presente in Inghilterra anche se si presuppone che, gli antichi romani, lo avessero introdotto nell’isola per scopi culinari, tanto è vero che sono stati trovati resti di quercino nell’antico insediamento di York. Manca anche in Irlanda, Danimarca, penisola scandinava e da tutto il nord Europa.

Il Quercino In Italia,  popola tutta la penisola e le isole maggiori mentre invece è praticamente assente in gran parte della pianura padana essendo, la specie del Quercino, legata all’ambiente forestale come tutta la famiglia dei Gliridi.

Pur essendo il meno arboricolo della specie dei Gliridi, e quindi la sua presenza scarsamente legata alla presenza vera e propria del bosco ad alto fusto, ha bisogno sempre di una vegetazione arborea e arbustiva .

Tra i boschi comunque ama quelli di conifere e disdegna le latifoglie, si trova a suo agio anche in ambienti rocciosi ben esposti al sole, tra i cui anfratti spesso costruisce il suo nido per l’ibernazione che come per il moscardino è spesso differente dal nido dei periodi di attività e riproduzione.

Frequenta a volte i parchi e i giardini e può penetrare negli edifici rurali specialmente quando si avvicina il periodo del letargo.

Segnali di riconoscimento della presenza del Topo Quercino:

Sono pochi e difficili da distinguersi i segnali che comprovano la presenza del quercino, essendo un animale assai schivo, costruisce i suoi nidi di attività tra i cespugli o nelle cassette per uccelli.

Può occasionalmente arrecare danni alle colture e alle danni alle piante da frutto, preferendo per le pere e le pesche, in questo caso anche un solo individuo causa danni di entità elevata , vista l’abitudine di assaggiare un gran numero di frutti senza mangiarne uno per intero. Danni sono stati segnalati anche sulle coltivazioni ortive da foglia. Nell’ambito delle culture forestali , sono state documentate erosioni profonde nella corteccia delle conifere allo scopo di nutrirsi della linfa.

Morfologia:

  • Lunghezza del corpo: tra i 10 e i 15 cm. Dimensioni maggiori del Dromio, e minori del Ghiro, il piede posteriore misura tra i 2,4 e i 3 cm.
  • Lunghezza della coda: tra i 7,5 e i 13 cm. L’osservazione della coda del Topo quercino è il metodo più sicuro che lo distingue dal Dromio (Dryomys nitedula). Essa è provvista di peli corti per i tre quarti della sua lunghezza, formando un ciuffo di peli più lunghi all’estremità che ricorda la forma di un pennello.
  • Peso corporeo: tra i 50 e i 60 g , arrivando ai 190 g e oltre prima dell’ibernazione.
  • Colore del pelo: presenta una colorazione grigiastra tendente al marrone sul dorso e sui fianchi, il ventre invece appare bianco o crema, la coda è normalmente scura superiormente e bianca nella parte inferiore, ma questa colorazione varia a seconda delle sottospecie. Il muso è caratterizzato dalla presenza di una “mascherina” nera più estesa e definita di quella del Dromio, che arriva fin dietro le orecchie che lo distingue dal Ghiro.
  • Vista, forma degli occhi: Occhi grandi e sporgenti prevalentemente neri.
  • Orecchie: Le orecchie del topo quercino sono grandi e rivolte in avanti , misurano tra gli 1,8 e i 2,8 cm di diametro.
  • Denti: totale di 20 denti, hanno la radice, non sono molto evidenti, anche se acuminati, hanno una crescita limitata (denti branchiodonti).
  • Durata della vita: mediamente intorno ai 20 mesi , ma possono vivere anche 3 o 4 anni. Il più alto tasso di mortalità si riscontra durante il periodo di ibernazione.

Comportamento sociale:

Il periodo di ibernazione è quello che caratterizza l’attività annuale del quercino, periodo che normalmente dura dalla seconda metà di settembre fino a maggio ,  nelle aree mediterranee, questo si riduce a uno o due mesi. Il letargo viene trascorso in nidi appositi, in un ammasso di materiale vegetale, che possono essere condivisi anche da più individui, nelle cavità del suolo, negli anfratti rocciosi e talvolta anche negli edifici rurali.

Quando sono in attività, questa è prevalentemente notturna. Il Topo quercino frequenta il suolo più di tutti gli altri Gliridi italiani, trascorrendo su di esso gran parte del tempo. I nidi del periodo di attività sono massicci , subsferici e mal definiti, collocati tra gli arbusti ad un altezza che si aggira intorno ai 50 cm fino ai 3 m dal suolo. Si possono trovare però anche nidi di attività , tra le radici degli alberi, nei muretti a secco e nelle cataste di legna.

Il Topo quercino emette una grande varietà di suoni che hanno molta importanza nelle interazioni sociali

La durata del periodo riproduttivo ha inizio in primavera appena usciti dall’ibernazione, le nascite dei piccoli di topo quercino, hanno luogo durante l’estate, nelle località dove il clima è favorevole possono esserci anche due parti all’anno. La gestazione dura tra i 22 e i 28 giorni e vengono alla luce tra i 4 e i 6 piccoli di topo quercino.

Alimentazione:

Il Quercino pur essendo prevalentemente onnivoro è tra i Gliridi quello che si nutre di più di cibo di origine animale, come larve e adulti di insetti, piccoli mammiferi, Anfibi, Rettili e di uova di uccelli.Comunque non disdegna affatto i frutti pendenti di molte piante, quali faggiole, nocciole, ghiande e bacche, mangia germogli e alle volte decortica le piante nella loro parte apicale per nutrirsi degli umori della pianta.

Dryomys nitedula – Driomio

Immagine di un DriomioHabitat:

Il suo areale si estende  dalla Germania, all’Italia, alla Grecia, includendo poi ampi settori  dell’Asia centrale, fino all’Afganistan e alcune regioni della Cina.

Il Dromio in Italia si trova nelle aree boscose di montagna fino ai 2000 m di altitudine ( Dolomiti e Aspromonte), presente in tutti i boschi che hanno un folto strato arbustivo.  Alle volte penetra all’interno delle abitazioni situate ai margini del bosco.

Segnali di riconoscimento della presenza del Driomio:

Specie ancora più difficile da osservare dello stesso Quercino. Si possono comunque catturare esemplari con trappole di dimensioni adatte collocate sui rami degli alberi, ricordando sempre che come gli altri Gliridi,  il Dryomys nitedula è specie protetta.

Altre tecniche utilizzate per il monitoraggio sono riferibili all’uso delle cassette nido per uccelli all’interno delle quali, la specie spesso nidifica nei periodi di attività.

Morfologia:

  • Lunghezza del corpo: tra gli 8,5 e i 13 cm. La lunghezza del piede posteriore è di 1.9 -2,4 cm.
  • Lunghezza della coda: tra gli 8 e i 9,5 cm. La coda è ricoperta per intero da un folto e lungo pelo leggermente biancastro nella parte inferiore, e questa è una delle differenze che il Driomio ha con il Quercino.
  • Peso corporeo: tra i 18 e i 35 g , peso che aumenta prima dell’ibernazione.
  • Colore del pelo: nella parte superiore del dorso il Driomio, presenta una tonalità tra il grigio e il marrone, la sottospecie diffusa sull’Aspromonte ha una colorazione del mantello grigio chiara, mentre il ventre in tutti i casi è sempre chiaro, tra il bianco e il crema. Anche lui ha una “mascherina” nera intorno agli occhi che lo distingue dal Ghiro, ma meno netta ed estesa e difficilmente arriva fin dietro alle orecchie.
  • Vista, forma degli occhi: Gli occhi del Driomio roditore arboricolo, sono grandi e sporgenti, normalmente neri.
  • Orecchie: le orecchie del Driomio , sono più arrotondate rispetto a quelle del Quercino e più corte con un diametro tra l’1,2 e 1,5 cm.
  • Denti: totale di 20 denti, hanno la radice, non sono molto evidenti, anche se acuminati, hanno una crescita limitata (denti branchiodonti).

Comportamento sociale:

Essendo un animale prettamente montano, e quindi vivente in un clima relativamente freddo, il Driomio ha un prolungato periodo di ibernazione che va da ottobre alla fine di aprile, metà di maggio. È una specie che si movimenta soprattutto sugli alberi e sugli arbusti, ad attività prevalentemente notturna. Durante il giorno si ripara nel suo nido, di foglie, muschio e erbe varie.

Nel caso del Driomio, gli individui sono spesso solitari, al massimo tre di loro possono condividere lo stesso nido, anche lui come il Quercino produce un vasto assortimento di suoni.

Il periodo riproduttivo va da maggio all’inizio del mese di luglio, la gestazione dura tra i 23 e i 25 giorni, le femmine partoriscono da 2 a 6 piccoli di Dromio, di solito fanno un solo parto all’anno.

Alimentazione:

Il Driomio si nutre di vegetali, come germogli, frutti, fiori e semi , ma non disdegna cibo di origine animale soprattutto insetti e uova di uccelli.

Come abbiamo detto all’inizio di questa serie di schede informative sui Gliridi, e ricordato poi, queste sono specie protette, che purtroppo possono causare seri danni sia alle latifoglie che alle conifere ( Faggio, Abete bianco, Abete rosso e Pino domestico), danni alle produzioni di nocciole o dei pinoli e ( nel caso del Ghiro), nelle abitazioni umane rendendosi responsabile di danni alle strutture in legno e ad altri materiali.

La domanda che ci poniamo pertanto è questa: “ Come possiamo allontanare i Gliridi?”.

Innanzi tutto attraverso il monitoraggio e la strategia di collocamento delle trappole speciali, e poi usando semplici ma determinati accorgimenti preventivi. Questo tipo di intervento definito come  derattizzazione specializzata o derattizzazione target, è bene che sia eseguito da personale qualificato e altamente preparato,  che oltretutto, abbia conoscenze legislative ambientali e esperienza in colture agricole.

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Arvicola rossastra, l’arvicola dei nostri boschi, distinguiamola dalle altre.

Myodes glareolus- Arvicola rossastra o Arvicola dei boschi, scheda etologica.

Immagine di Arvicola rossastra dei boschiL’Arvicola rossastra anche chiamata Arvicola dei boschi si distingue facilmente dalle Arvicole del genere Microtus delle quali già abbiamo scritto, mentre  è facile confonderla con un normale topo domestico.

In Italia difficilmente provoca danni alle coltivazioni, mentre nella penisola Scandinava nei periodi freddi non trovando foglie o semi a sufficienza può arrivare a decorticare la parte basale del fusto causando non pochi problemi alle piantagioni arboree.

Conosciamo comunque le sue caratteristiche, proprio per evitare di affrontare una derattizzazione non target su di una specie che è considerata “vulnerabile”, anche se non protetta, vulnerabilità dovuta alla riduzione e isolamento del suo habitat.

Habitat:

Diffusa in tutto il continente europeo. In Italia possiamo incontrare l’Arvicola dei boschi in Immagine di un arbusto decorticato da una Arvicolatutte le aree boscose, collinari e montane, anche oltre i 2000 m di quota, della nostra penisola, quasi assente nella pianura padana e nelle zone litoranee, è assente nelle isole maggiori.

Abita in preferenza i  boschi  d’alto fusto ma anche i boschi cedui dove si trova a suo agio tra le ceppaie e il resti di fogliame maturo, sottoboschi freschi e umidi con abbondante lettiera, alle volte abita anche gli spazi aperti ma sempre dove è presente una folta copertura erbacea.

Segnali di riconoscimento della loro presenza:

Non esistono segni specifici per stabilire senza ombra di dubbio la presenza delle Arvicole rossastre, i danni provocati sono molto simili a quelli delle altre Arvicole e sui resti di nocciole attaccate, sono facilmente confondibili con i segni prodotto dal Topo selvatico ( Apodemus sylvaticus).

Morfologia:

  • Lunghezza del corpo: tra gli 8,5 e gli 11 cm
  • Lunghezza della coda: tra i 4 e i 5,5 cm. Coda più lunga delle Arvicole del genere Microtus, la lunghezza più o meno corrisponde ad un terzo del corpo. Quasi sempre la sua punta è ornata da un ciuffetto di peli nerastri o rossicci.
  • Peso corporeo: entro i 18 e i 35 g
  • Colore del pelo: Il colore del mantello è marrone tendente al rosso ( da qui il suo nome; Arvicola rossastra), più grigio chiaro sui fianchi e sul ventre. Quando c’è la muta del pelo, in primavera la sua pelliccia diventa morbida e setosa. Lunghe vibrisse.
  • Vista, forma degli occhi: si distingue dal topo domestico per gli occhi che sono più piccoli, simili a quelli delle Arvicole del genere Microtus, colore nero.
  • Denti : differentemente dalle altre Arvicole, l’Arvicola dei boschi ha i molari a crescita limitata e provvisti di radici, da questi si può volendo, dedurre l’età dell’animale. Totale 16 denti.
  • Orecchie : La forma delle orecchie è invece un particolare che la fa assomigliare al topo domestico, sono più sviluppate e sporgenti di quelle delle altre Arvicole, glabre, hanno un diametro che va dagli 1,1 ai 3 cm.
  • Piedi: Piede posteriore tra gli 1,5 e i 3 cm.
  • Durata della vita: in natura, dovuto alla presenza dei predatori , l’Arvicola dei boschi ha una vita che difficilmente supera l’anno e mezzo, mentre in cattività ci sono stati dei casi di un prolungamento di addirittura 12 anni.

Comportamento e riproduzione:

Soprattutto le femmine della specie Myodes hanno uno spiccato comportamento territoriale, quindi il territorio dei maschi normalmente è più ampio e  si sovrappone a quello di più femmine. Spesso, esse arrivano a uccidere le loro figlie femmine per avere meno concorrenzImmagine di resti di pigne e nocciole mangiati dal topo selvaticoa in futuro. Nel riconoscimento e marcamento del territorio hanno molta importanza le tracce lasciate dalle urine.

L’Arvicola rossastra ha come le altre Arvicole, un attività sia diurna che notturna a più fasi (polifasica) alternate con riposo.

Il nido è foderato con muschio, foglie e peli di animali, quasi sempre viene collocato al centro di una complicata rete di gallerie con più uscite,che normalmente partono da sotto un tronco caduto o sotto una pietra, ma nel caso dell’ Arvicola dei boschi può essere anche situato in una ceppaia,o rubato a qualche uccello. Infatti quest’Arvicola è tra le poche che può arrampicarsi su gli arbusti più bassi.

Il periodo riproduttivo va da marzo a settembre-ottobre , sebbene in anni di abbondanza di cibo e clima favorevole possa estendersi a tutto l’anno. Le femmine di arvicola rossastra partoriscono in media 2-3 volte l’anno, hanno l’estro post partum e per poter fecondare subito nuovamente le femmine i maschi alle volte uccidono le figliate. Possono dare alla luce dai 2 agli 8 piccoli di arvicole, e la maturità sessuale viene raggiunta dopo i 31 giorni di vita.

Le pullulazioni in questa specie accadono ogni 3-4 anni, soprattutto in Scandinavia e Nord Europa, questo tipo di fluttuazione demografica non si riscontra in Italia.

Preferenze alimentari:

Specie prevalentemente erbivora, si nutre soprattutto delle parti aeree delle piante e quindi di foglie, sia verdi che morte, si nutre di semi tipo nocciole, semi di Faggi e querce come il Topo selvatico, suo concorrente alimentare.

Amano molto anche i frutti di molte piante arbustive quali le prugne e i mirtilli, cosi come radici e funghi. In caso di necessità , come appunto accade spesso nella penisola Scandinava, mangiano la corteccia delle giovani piante arboree, causando danni all’agricoltura.

A differenza delle altre arvicole, l’Arvicola rossastra mangia anche invertebrati, che nella loro dieta sostituiscono le proteine di origine vegetale nell’ordine del 7-23% del cibo totale consumato.

Per concludere, come dicevamo all’inizio, questa specie è considerata specie “vulnerabile” avendo come parametro una possibile estinzione, perciò è molto importante che pur essendo definita specie “nociva” e quindi non protetta da leggi, siano tentate tutte le strategie possibili per allontanare le arvicole rossastre o, nel caso di derattizzazione chimica, ci raccomandiamo che questa sia effettivamente realizzata da personale qualificato e specializzato.

 

Link utili:

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Arvicole microtus, il Topo campagnolo frequentatore dei nostri meleti. 4/5 (1)

Genere Microtus , le Arvicole presenti in Italia, schede etologiche:

Il cosiddetto : Topo campagnolo, o Arvicola, appartiene alla famiglia dei Criceti(Cricetidae)  e alla grande sottofamiglia delle Arvicole (Arvicolinae) del genere Microtus.

Quando parliamo più specificamente dei roditori presenti in Italia vi troviamo altre Arvicole dello stesso genere e sono:

  • Microtus Arvali Arvicola campestre
  • Microtus agrestis – Arvicola agreste
  • Microtus multiplex – Arvicola di Fatio (sottospecie Terricola)
  • Microtus savii – Arvicola del Savi (sottospecie Terricola)
  • Microtus subterraneus – Arvicola sotterranea (sottospecie Terricola)

Queste, tra loro sono difficili da distinguere, a parte differenze di habitat e alcune diversità morfologiche, che ovviamente rileveremo in quest’articolo. Esistono altre arvicole presenti nel nostro paese e molto diffuse come L’Arvicola rossastra (Myodes glareolus) molto simili a un topo domestico, ma appartengono al genere Myodes e le tratteremo in altra occasione.

Microtus arvali o Arvicola campestre e Microtus agrestis o Arvicola agreste, anche chiamate: Topo campagnolo, e Topo agreste.

Immagine di Arvicola campestre

 

L’Arvicola campestre e la sua “collega”; l’Arvicola agreste sono responsabili dei gravi danni ai meleti del Trentino, a campi di foraggio e alle culture dei cereali, dove riescono a danneggiare intere piantagioni .

Il Topo campagnolo non si accontenta solo dei frutti, ma, distrugge le piante decorticandone l’apparato radicale fino al colletto, e aggredendo le piante di cereali ancora verdi.
Abbiamo perciò scelto, per una volta, di presentarvele insieme in una scheda comparativa, essendo diffuse in Italia nelle stesse regioni e soprattutto avendo le stesse preferenze alimentari.

Habitat:

Arvicola campestre (microtus arvali): diffusa dal nord della Spagna agli Urali, assente in Gran Bretagna, ha un metodo attivo di termo-regolamentazione che sopporta al minimo i 16° nel periodo di maggior riproduzione, per questo motivo non la troviamo al di sopra della Danimarca, mentre allo stesso modo non sopporta la siccità estiva e in Italia pertanto la sua diffusione si limita al nord ovest della nostra penisola e cioè : Trentino, Friuli, Veneto e parte dell’Emilia Romagna.
Abita vicino ai margini dei fossi, nei prati e terreni incolti, nei frutteti, nei campi coltivati di leguminose e cereali purché non troppo lavorati, non ama i terreni troppo umidi.

Arvicola agreste(microtus agrestis): L’area di distribuzione del Topo campagnolo o meglio in questo caso del Topo agreste è molto ampia comprendendo una grande parte dell’Europa e dell’Asia , dal Portogallo alla Cina insomma.
In Italia invece, rispetto alla sua collega “campestre”, ha un’area di distribuzione limitata a una piccola porzione del Trentino Alto Adige, parte del Friuli e del Veneto.
Al contrario delle arvicole campestri, le arvicole agresti hanno bisogno di un adeguato grado di umidità, e della copertura fornitale dall’erba alta, quindi più frequentemente le troviamo ai margini degli acquitrini. Amano soprattutto le praterie ma le incontriamo anche nelle torbiere, negli appezzamenti coltivati, negli arboreti da frutto, sempre però che possano rimanere coperte dall’erba alta.

Segnali di riconoscimento della presenza delle arvicole:

A dimostrazione dell’utilità della conoscenza approfondita delle specie dannose soggette a derattizzazione possiamo già centrare attraverso l’individuazione del loro habitat, due semplici modi di prevenzione per le nostre colture e i nostri tanto amati frutteti:Immagine di Arvicola agreste

  1. Cercare tracce della presenza delle arvicole lungo i margini dei fossi, aperture di tane dove la terra di riporto intorno all’uscita non è ammucchiata ma sparsa, sentieri abituali tra l’erba alta che  questa specie realizza per i suoi spostamenti, dove sono presenti feci, lasciate generalmente in piccoli cumuli ai lati del percorso ed erba sminuzzata.
  2. Una volta individuata la loro presenza, un buon modo per prevenire i danni delle arvicole è quello di mantenere il più possibile l’erba bassa tra i filari delle colture, attenzione però, se tagliata quando già è troppo alta, lasciandola sul suolo, diamo alla specie l’habitat perfetto, quindi  è importante rimuoverne i resti.

Il metodo migliore è comunque, la cattura delle arvicole attraverso trappole per micromammiferi, al fine di  poterne individuare la specie con precisione e pianificare insieme a personale qualificato, una strategia di derattizzazione dopo un attento monitoraggio.

Morfologia:

Lunghezza del corpo:

  • Arvicola campestre: tra gli 8,5 e 12 cm.
  • Arvicola agreste: tra gli 8 e i 13 cm.

Lunghezza della coda:

  • Arvicola campestre: tra i 2,5 e i 4 cm. Coda monocolore con rada peluria
  • Arvicola agreste: tra i 2 e i 4,5 cm. Coda nettamente bicolore, sopra più scura sotto più chiara, con rada peluria.

Peso corporeo:

  • Arvicola campestre: tra i 15 e i 40 g.
  • Arvicola agreste: tra i 15 e i 45 g.

Colore del pelo:

  • Arvicola campestre: più chiara meno lunga e meno ispida dell’arvicola agreste,mantello marrone-grigiastro sul dorso e grigio giallastro sul ventre, senza demarcazione netta tra le due parti.
  • Arvicola agreste: Pelliccia ispida, colorazione variata tra il marroncino grigiastro più o    meno, tendente al giallo, ventre uniformemente grigio.

Vista, forma degli occhi:

  • Arvicola campestre: occhi più grandi rispetto alle arvicole della specie Terricola (arvicola di Fatio, arvicola di Savi, arvicola sotterranea), dovuto alla
    minore attività fossoria. Colore nero. Vibrisse molto lunghe.
  • Arvicola agreste: nessuna differenza morfologica apparente con gli occhi del Microtus arvali (arvicola campestre)

Denti:

  • Arvicola campestre:16 denti, privi di radice e a crescita continuaImmagine del profilo di Arvicola agreste
  • Arvicola agreste: 16 denti, come sopra.

Orecchie:

  • Arvicola campestre: parte interna del padigliose glabra, sporgenti rispetto alla pelliccia;tra 0,8 e 1,2 cm
  • Arvicola agreste: padiglione auricolare peloso, esternamente e internamente, orecchie quasi infossate nella pelliccia; tra 1 e 1,3 cm.

Piedi:

Il Topo campagnolo o agreste ha le impronte dei piedi posteriori, caratterizzate da sei callosità, al contrario delle arvicole della sottospecie Terricola ( arvicola Fatio, arvicola di Savi, arvicola sotterranea)che ne hanno cinque, la lunghezza del piede posteriore varia da 1,3 a 2 cm.

Feci:

Le feci di entrambe le arvicole sono ovali , lasciate lungo i sentieri percorsi, e quando fresche hanno una colorazione nera o verde.

Qui a sinistra vediamo il classico profilo delle Arvicole del genere microtus tipico dell'”agreste” sono invece le orecchie pelose e poco sporgenti dalla pelliccia.

Nella foto di destra possiamo notare l’entrata tipica di una tana di arvicola,priva degli ammucchi di terra da riporto, tipica invece nelle tane del Rattus norvegicus.

Comportamento e Riproduzione:

I Topi campagnoli o agresti, svolgono un’attività polifasica, ossia possono essere attivi sia di giorno che di notte, anche se nel periodo estivo l’attività notturna è più pronunciata. Realizzano veri e propri sistemi di gallerie sotterranee, non molto profondi ma molto estesi, più in profondità và, tra le due, l’Arvicola campestImmagine dell'ingresso di una tana di Arvicolare(ad un massimo di 20 cm). Il nido può essere collocato all’interno di queste gallerie o anche in superficie, ben nascosto nel mezzo dell’erba alta, è rivestito in prevalenza con foglie di graminacee, all’interno delle gallerie ci sono anche stanze di deposito di cibo con la funzione di scorte alimentari.

La durata del periodo riproduttivo delle arvicole varia secondo la latitudine, in generale è compreso tra febbraio e dicembre ma in caso di disponibilità di cibo può proseguire anche nel corso dell’inverno, con ricorrenze periodiche ogni 4 anni circa ( anni di pullulazione). La maturità sessuale è raggiunta

  • Arvicola campestre: dalle femmine in appena tre settimane di vita mentre dai maschi in 30 giorni, la gestazione dura  tra i 19 e i 21 giorni, dando alla luce da 2 a 10 piccoli topini campagnoli
  • Arvicola agreste: la maturità sessuale delle femmine arriva dopo 28 giorni, la gestazione dura tra i 18 e i 20 giorni e danno alla luce ad ogni parto tra i 2 e i 7 piccole arvicole agresti.

Le femmine di ambedue le specie presentano l’estro post partum che permette alle femmine di poter essere nuovamente fecondate subito dopo il parto.Questo fatto e l’elevata quantità di piccoli che nascono fanno di queste specie una tra le specie con il più alto potenziale riproduttivo tra i Roditori europei.

Preferenze Alimentari:

Entrambe le specie sono strettamente erbivore, la loro alimentazione è costituita in prevalenza da parti verdi di piante erbacee, soprattutto di cereali Leguminose e Graminacee. L’arvicola agreste è un po meno granivora dell’arvicola campestre, ma si nutre più frequentemente di corteccia delle piante arboree, sia forestali che da frutto. Della pianta mangiano tutto; fusti, foglie e radici.

La pullulazione:

Avendo un idea chiara del tipo di pericolo che queste due specie possono rappresentare, a questo punto  è importante accennare alle periodiche onde di densità demografica anche chiamati “anni di pullulazioni”.
Nelle Arvicole del genere Microtus questo accade con cicli di 3-5 anni, ossia in questi anni, preceduti da annate con favorevoli condizioni di abbondanza di cibo e con stagioni invernali più calde del normale accade un eccezionale esplosione demografica che dopo aver raggiunto un picco di pullulazione, subisce un improvviso e drastico calo.

Nonostante gli studi fatti a proposito ancora non si è capito quali siano i fattori che determinano esattamente questo andamento ciclico.

 

MIcrotus multiplex – Arvicola di Fatio sottospecie: Terricola

Affrontiamo qui il conoscimento delle tre specie di microtus la cui sottospecie è denominata “Terricola”, probabilmente dovuto ad una maggiore attività fossoria . La distinzione tra queste tre specie è difficile e molto spesso vengono attribuiti i danni agricoli compiuti dall’Arvicola del Savi (microtus savii) alla innocente Arvicola di Fatio (microtus multiplex).
È importante per questo conoscere il più possibile sia la morfologia che l’area di distribuzione geografica di cadauna, e cercheremo di farlo attraverso tecniche comparative:

Immagine di Arvicola di Fatio

Habitat:

La sua distribuzione geografica comprende tutto l’arco Alpino e prealpino di Francia, Svizzera, Austria, Slovenia e Italia.

In Italia l’Arvicola di Fatio arriva a spingersi fino alle aree appenniniche tosco emiliane.Per stabilirsi, preferisce gli ambienti umidi con molta terra, ama le praterie, i terreni intorno alle coltivazioni, le torbiere, soprattutto ovunque ci sia una folta vegetazione erbosa.

Segnali di riconoscimento della loro presenza:

Questi non differiscono in maniera sostanziale da quelli delle altre Arvicole della stessa taglia; avendo però un attività più diurna rispetto alle altre è più facile incontrarla nei suoi rapidi spostamenti in mezzo ai campi.

All’imboccatura delle loro tane però incontriamo accumuli di terra cosa, non presente in quelle delle Arvicole.

Morfologia:

  • Lunghezza del corpo: tra gli 8,5 e gli 11 cm. Dimensioni maggiori dell’arvicola sotterranea ( microtus subterraneus)
  • Lunghezza della coda: tra i 2,7 e i 4 cm. Coda leggermente pelosa
  • Peso corporeo: tra i 15 e i 25 g.
  • Colore del pelo: in genere ha una pelliccia particolarmente morbida se confrontata alle altre arvicole della sottospecie terricola, di colore marrone rossastra tendente al grigio chiaro e leggermente più chiaro sul ventre, più tendente al giallo che al grigio. Lunghe vibrisse.
  • Vista, forma degli occhi: gli occhi sono un poco più grandi dell’arvicola sotterranea. Colore nero.
  • Denti: 16 denti , privi di radice e a crescita continua.
  • Orecchie: Padiglioni auricolari estremamente ridotti, nascosti nella pelliccia che non superano l’1,1 cm. Di diametro.
  • Piedi: piede posteriore con cinque callosità, al contrario dell’arvicola agreste e dell’arvicola campestre che ne hanno sei, il piede posteriore è grande tra 1,5 e 1,7cm. Con unghie ricurve e affilate.

Comportamento e riproduzione:

Le Arvicole di Fatio hanno attività polifasica, ossia sia diurna che notturna e alternano numerosi periodi di attività con altrettanti di riposo il quale però è di durata più corta.
Hanno abitudini fossorie e pertanto scavano gallerie estese ma superficiali, dove situano i loro nidi, nei periodi invernali scavano gallerie anche nella neve per spostarsi non viste dai predatori.
Le femmine danno alla luce da 2 a 4 piccoli di arvicole alla volta, questa poca prolificità è però compensata dal fatto che le femmine possono rimanere attive sessualmente per oltre due anni, e da una stagione riproduttiva piuttosto lunga.

Preferenze alimentari:

Specie prettamente erbivora,  si nutre di semi, steli, rizomi e radici di moltissime piante erbacee, vivendo in posti dove è facile che si protragga a lungo la coltre nevosa, accumulano i bulbi, semi di piante arboree e rizomi nelle loro gallerie come scorta invernale.
Raramente questa specie si rende responsabile di danni all’agricoltura, i quali normalmente sono messi in atto dall’Arvicola del Savi (microtus savii) con la quale viene spesso confusa.

Microtus savii- Arvicola del Savi, sottospecie: Terricola

Si tratta, tra le Arvicole, anzi addirittura tra i Mammiferi, di una delle specie più dannose per l’agricoltura.Soprattutto in Puglia e in Sicilia causano gravi danni alle carciofaie.
Difendersi dalle arvicole significa conoscerle meglio.

Habitat:

L’Arvicola del Savi ha una distribuzione mediterranea, che va dal sud-est della Francia all’Italia intera  Sicilia compresa , ad esclusione della Sardegna dove tra l’altro non è presente nessuna specie di Arvicolini.

L’Arvicola del Savi (microtus savii) è molto più duttile delle altre arvicole nello scegliersi un habitat di sua preferenza, perciò è capace di colonizzare gli ambienti più disparati, ovviamente ama gli spazi aperti, ma la possiamo trovare anche negli appezzamenti coltivati, in ambienti soggetti a lavorazioni frequenti, come le culture di foraggio, nei frutteti, ai bordi e sulle scarpate delle strade, negli argini di fossi e canali, negli orti, l’importante è che ci sia sempre un abbondante copertura erbacea. Può colonizzare qualsiasi tipo di terreno , sabbioso, torboso, argilloso pur preferendo un suolo sciolto o di mezzo impasto.

Segnali di riconoscimento della loro presenza:

Delle piccole radure che circondano i fori di entrata della fitta rete di gallerie scavate, fori della grandezza di 3-5 cm. Intorno a questi fori c’è come un circolo mancante nella vegetazione erbacea del raggio di poche decine di centimetri, è l’arvicola che ha usato l’erba per rivestire i suoi nidi.Immagine di Arvicola del Savi

Sono inoltre caratteristici i danni delle Arvicole riportati su certe colture ortive e da frutto, sulle piante arboree troviamo tracce di decorticazione dell’apparato radicale, che in certi casi portano alla morte della pianta.

Morfologia:

  • Lunghezza del corpo: tra i 7,5 e i 9 cm.
  • Lunghezza coda: tra i 2 e i 2,5 cm. Quindi, coda più corta delle altre specie del genere microtus finora analizzate.
  • Peso corporeo: tra i 15 e i 25 g. Tendenzialmente più piccola delle altre arvicole
  • Colore del pelo: mantello marroncino, un po’ più scuro sul dorso, tendente al grigio sul ventre. Lunghe vibrisse.
  • Vista, forma degli occhi: nessuna differenza sostanziale  con le Arvicole fin qui menzionate, occhi più grandi dell’Arvicola sotterranea (microtus subterraneus). Colore nero.
  • Denti: 16 denti , privi di radice e a crescita continua
  • Orecchie: padiglione auricolare quasi invisibile e nascosto nel folto pelo.( diametro 0,7-0,9)
  • Piedi: Piede posteriore caratterizzato da cinque callosità come in tutte le Arvicole della sottospecie Terricola.

Comportamento e riproduzione:

Specie attiva sia di giorno che di notte (attività polifasica), che alterna corti periodi di attività ad altrettanti di riposo.
Come tutte le Arvicole scava fitte reti di gallerie molto estese e con molti fori di entrata-uscita, a volte usa le gallerie scavate dalle Talpe.

È interessante nell’Arvicola del Savi l’alto grado di socialità, vive in gruppi che raggiungono anche le 15 unità, gruppi misti, dove le femmine possono allevare i loro piccoli in nidi comuni, alternandosi nelle cure parentali, e a volte in caso di fuga possono essere aiutate nel trasporto dei neonati dai figli di una nidiata precedente che li trasportano con la bocca.

Nelle regioni mediterranee l’attività riproduttiva si protrae dall’autunno alla primavera inoltrata, interrompendosi solamente nei mesi aridi e secchi quando l’estate è più calda. Le femmine possono essere sessualmente mature con 42 giorni di vita. La gestazione dura 24 giorni, e grazie all’estro post partum sono subito dopo fecondabili e disposte all’accoppiamento. Il numero di piccoli di arvicole nate da ciascun parto oscilla tra 1 e 4 con una media di 2-3.

Preferenze alimentari:

Specie prevalentemente erbivora , consuma sia le parti aeree che ipogee come fittoni, bulbi e rizomi delle piante. Nei periodi quando l’erba è più scarsa arrivano a nutrirsi dell’apparato radicale e della corteccia alla base del fusto.
Nelle annate di “pullulazione” anche se la loro esplosione demografica non è cosi accentuata come nelle altre specie di Arvicole, dovendo rivolgersi ad altre fonti alimentari, giungono ad arrecare danni di notevole entità all’agricoltura.

MIcrotus subterraneus – Arvicola sotterranea, sottospecie: Terricola

Tra le Arvicole è la più simile alla Talpa, anche se molto meno dannosa, con la quale può essere spesso confusa.

 

Habitat:

La sua area di distribuzione è euroasiatica , in Italia L’Arvicola sotterranea è ristretta al settore nord orientale, la si può trovare in parte del Friuli, del Veneto e del Trentino-Alto Adige.
Ama l’umidità e la frescura, praterie, campi, sponde dei fiumi, si incontra anche in alta montagna fino ai 2500m di altitudine.

Segni di riconoscimento della sua presenza:

L’Arvicola sotterranea non produce segni di riconoscimento precisi della sua presenza rispetto alle altre Arvicole del genere Microtus.

Morfologia:

  • Lunghezza del corpo: tra i 7,5 e gli 11 cm.
  • Lunghezza della coda: tra i 2,5 2 i 4,2 cm. Leggermente bicolore e ricoperta di peluria, coda più lunga dell’Arvicola del Savi.
  • Peso corporeo: tra i 13 e i 24 g.
  • Colore del pelo: mantello grigio scuro più chiaro sul ventre, il pelo è morbido. Lunghe vibrisse.
  • Vista , forma degli occhi: Occhi molto piccoli, somiglianti appunto a quelli della talpa, dovuto alla sua maggiore attitudine fossoria, rispetto alle altre arvicole.
  • Denti : 16 denti, privi di radice e a crescita continua
  • Orecchie: padiglioni auricolari più grandi dell’Arvicola dei Savi, meno sporgenti dal resto del corpo quasi non si distinguono dalla pelliccia. Diametro: 0,7-1 cm.
  • Piedi: Cinque callosità sporgono dalla pianta del piede posteriore, il quale misura tra gli 1,4 e 1,7 cm.

Comportamento e riproduzione:

Questa specie di Arvicola come dicevamo, denota un’attività fossoria più marcata, non ama molto uscire allo scoperto, e quando lo fà, lo fà sempre ben nascosta sotto la copertura erbosa. Sotto terra sfrutta le parti sotterranee ( ipogee), radici ecc. delle piante arrivandoci attraverso gallerie che scava in abbondanza.

Anche l’Arvicola sotterranea presenta un attività polifasica ossia che alterna vari periodi di attività interrotti da periodi di riposo. Nelle zone di montagna esce con più frequenza allo scoperto.Solitamente i nidi delle Arvicole sotterranee sono ricavati nelle reti di gallerie scavate da loro che sono articolate e profonde (fino a 30 cm.) e ricoperti con erbe, muschio e radici.Immagine di Arvicola sotterranea

Una particolarità utile all’individuazione è che i fori di uscita delle loro gallerie, sono spesso ostruiti con terra, specialmente dove le temperature sono rigide per lungo tempo.
La specie è poligama, i territori dei maschi si sovrappongono mentre quelli delle femmine sono ben definiti e esclusivi.

L’attività riproduttiva può continuare per tutto l’anno, anche se il picco viene raggiunto tra marzo e settembre. La gestazione dura 21 giorni, da questa nascono da 1 a 4 piccoli di arvicole, che raggiungono la loro maturità sessuale intorno ai 3 mesi d’età. Le femmine di Microtus subterraneus come tutte le Arvicole della specie hanno l’estro post partum e grazie ad esso possono venire fecondate nuovamente subito dopo il parto.

Preferenze alimentari:

Prevalentemente erbivora, si nutre principalmente delle parti ipogee delle piante (radici, bulbi ecc.) ma si nutre anche delle parti verdi , dei semi, e occasionalmente anche delle foglie.
Data la sua ridotta diffusione sul territorio italiano questa specie non provoca, se non di rado, danni alle colture ortive con midollo tenero e radici con fittone.

Per gli addetti al settore agricolo consigliamo pertanto, innanzi tutto di prevenire queste invasioni di Arvicole con i semplici metodi accennati in quest’articolo quando possibile,  al primo sentore però di infestazione, consultare al più presto personale qualificato che sappia consigliarvi una strategia “target”  di derattizzazione, ossia direzionata ad un specifico animale, il più possibile rispettosa dell’ambiente.

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I Topi selvatici, i grandi opportunisti delle nostre foreste, chi sono?

I TOPI SELVATICI PRESENTI IN ITALIA, del genere Apodemus
Schede etologiche

Non causa grandi problemi a noi umani, di poco più grande del Topo domestico, molto carino, con le sue grandi orecchie alla Dumbo, il Topo selvatico difficilmente entra nelle nostre case , ma se invade un noccioleto, una pineta che produce i tanto preziosi pinoli, un frutteto nel suo pieno rigoglio ….allora si che sono guai.Immagine di un Topo selvatico

La sua ingordigia, lo porta ad accumulare nelle sue tane tanti di quei semi, che alle volte non riuscendo a mangiarli tutti, fornisce senza volere, un importantissimo contributo alla rinnovazione delle foreste attraverso il loro spontaneo germogliare. Molto ecologico non vi pare?
Per questi e altri motivi, troviamo di estremo interesse conoscere meglio il genere di questi Apodemus.

  • Apodemus sylvaticus-Topo selvatico
  • Apodemus flavicolli- Topo selvatico a collo giallo
  • Apodemus  agrarius-Topo selvatico a dorso striato

Appartenenti tutti alla stessa famiglia dei ratti e topi domestici (Muridi), i Topi selvatici hanno però habitat e abitudini differenti tra loro:

Apodemus sylvaticus o Topo selvatico

Habitat:

È uno tra i mammiferi più diffusi negli ecosistemi agroforestali d’Italia, estremamente adattabile preferisce comunque  i posti dove sia presente sul terreno una copertura vegetale, tipico biotopo di sottobosco arbustivo maturo, è anche molto comune nelle pinete litoranee e nelle boscaglie mediterranee, più raramente si incontra nei boschi di montagna dove si incontra invece il Topo selvatico a collo giallo. Lo troviamo anche in altri ambienti come nei parchi, giardini, terreni incolti e campi coltivati a cereali che però abbandona dopo il raccolto. Il Topo selvatico non è attirato dall’ambiente umano e quindi raramente lo si incontra nelle vicinanze di edifici rurali, case di campagna, stalle. Si avvicina però più frequentemente alle abitazioni umane, dove il clima è meno mite, quindi alle altitudini più elevate.
Presente in gran parte dell’Europa, fino alla Scandinavia e all’Asia Minore, diffuso anche in alcune zone dell’Africa del nord limitatamente al Marocco (catena montuosa dell’Atlante), Algeria e Tunisia, lo troviamo anche nelle isole maggiori come Inghilterra, Irlanda, Islanda e in moltissime isole dell’area mediterranea grandi e piccole oltre che ovviamente in tutta la penisola Italiana.

Morfologia:

  • Lunghezza del corpo: tra 7,5 e 9,5 cm.
  • Lunghezza della coda: la lunghezza della coda non supera mai la lunghezza del corpo, a volte è inferiore. Rispetto al Topo domestico la coda è meno larga alla base.
  • Peso corporeo: tra i 15 e i 30 g.
  • Colore del pelo: dal bruno rossastro, al fulvo grigio. La zona del ventre è biancastra ( è bianca nel Topo a collo giallo) e il contorno con il bruno del corpo più sfumato. La coda è di colore uniforme.
  • Vista: Occhi più grandi rispetto ai topi domestici, di colore nero.
  • Denti: 16 denti come i suoi parenti Muridi dove prevalenti sono gli incisivi inferiori.
  • Orecchie : nel genere Apodemus le orecchie sono più grandi che nei topi domestici, rivestite internamente  di una sottile peluria, larghe 1,3-1,7 cm.
  • Zampe: zampa posteriore e piede più lunghi rispetto al topo domestico; tra i 2 e i 2,4 cm.
  • Feci: del tutto simili al topo domestico.
  • Muso: meno appuntito del Topo comune fornito di lunghe e sensibilissime vibrisse.

 

Il Riconoscimento dei Topi selvatici non è così facile come per i ratti e il topo domestico; primo perché non è un animale facilmente osservabile in natura, poi perché i topi del genere Apodemus sono molto simili tra loro Possiamo perciò solamente lavorare all’identificazione attraverso alcuni indizi della loro presenza:
Uno di questi indizi della presenza di Topi selvatici è il ritrovamento della classica “mensa”, posti dove il Topo selvatico accumula il cibo e i suoi resti, questi generalmente si trovano alla base degli alberi, sotto pietre o tronchi o all’imboccatura delle tane . Il Topo selvatico del genere Apodemus sylvaticus, per esempio ha un modo tutto suo di aprire le nocciole e i pinoli, praticando un erosione con gli incisivi inferiori e utilizzando gli incisivi superiori per bloccare il seme.

Durata della vita:

Essendo cibo prediletto di moltissimi predatori tra i quali; Volpi, Donnole, Faine; di serpenti come Vipera, Biacco e Cervone; di Stringiformi come il Barbagianni, l’Allocco e il Gufo, è difficile stabilire una durata della vita media del topo selvatico in natura.

Riproduzione:

Nell’Europa centro-settentrionale l’attività riproduttiva ha un picco massimImmagine di impronte di Topo selvaticoo in estate, interrompendosi o comunque riducendosi notevolmente in inverno, mentre nei paesi a clima mediterraneo il ciclo riproduttivo è continuo, influenzato però anche dall’inizio della produzione di semi delle specie arboree.

La gestazione è di 19-20 giorni, il numero dei piccoli topolini selvatici è solitamente compreso tra 4 e 7. I piccolini nascono con una leggera peluria nera , dopo più o meno 16 giorni sono pronti a lasciare il nido e dopo 21 sono completamente svezzati. Una femmina può avere fino a cinque nidiate l’anno e raggiungono la maturità sessuale ad appena cinque mesi.

Comportamento:

Anche i Topi del genere Apodemus, con eccezione dell’Apodemus agrarius o Topo selvatico a dorso striato hanno un attività prevalentemente notturna con un picco nel cuore nella notte.
Sono abili arrampicatori e si movimentano tra gli strati alti della vegetazione fino ad un altezza di 3-4 m, costruiscono i loro nidi dentro gallerie che scavano tutti insieme cooperando, alle volte utilizzano gallerie utilizzate da altre specie, comunque sempre con molte vie di fuga. Ogni sistema di gallerie ospita vari nidi dei topolini selvatici e depositi di cibo, nella tana del Topo selvatico troviamo varie camere di gestazione rivestite con foglie, muschi ed erbe sfilacciate. Queste gallerie normalmente si trovano tra gli 8 e i 18 cm sotto il livello del suolo.

L’organizzazione sociale del Topo selvatico si basa su di un forte senso di territorialità soprattutto nelle femmine rispetto ai maschi, mentre le aree di movimentazione di quest’ultimi tendono a sovrapporsi.

Preferenze Alimentari:

Il Topo selvatico del genere Apodemus sylvaticus è particolarmente opportunista, pur essendo di preferenza granivoro, varia la sua dieta dipendendo dalle situazioni in cui si trova, si nutre pertanto di:

    • Bacche;
    • Frutti;
    • Parti verdi delle piante;
    • Cortecce;
    • Semi delle piante arboree;
    • Funghi;
    • Lombrichi;
    • Chiocciole;
    • Limacce;
    • Altri piccoli insetti;
    • Semi di graminacee spontanee e coltivate;
    • Piante ortive

I danni alle culture provocati dal Topo selvatico sono quindi limitati alle semine soprattutto nei vivai forestali e  in tutte le semine effettuate direttamente sul campo. In situazioni particolari può causare danni anche alle piante ortive specialmente alle cucurbitacee (zucchine zucche meloni) in fase di semina.

Altri danni del Topo selvatico possono manifestarsi nelle pinete (raccolta di pinoli) e nei noccioleti.

APODEMUS FLAVICOLLIS –Topo selvatico a collo giallo

Habitat:

Presente in Europa, dalla Spagna settentrionale alla Scandinavia,verso est si trova fino agli Urali e Turchia, verso il sud fino al Libano e Israele, è presente in Gran Bretagna e in alcune isole mediterranee.

Immagine di un Topo selvatico a collo giallo

In Italia è diffuso ovunque anche se con meno presenze nella pianura padana , dovuto alla mancanza  di habitat idonei. È completamente assente nelle nostre isole.

È una specie strettamente legata ai boschi d’alto fusto, di conifere ma soprattutto di latifoglie come i castagneti, noceti, i boschi di faggi, dove comunque esista anche un sottobosco “maturo”, ossia naturalmente pieno di foglie e tronchi caduti.

Morfologia:

  • Lunghezza del corpo: tra 7,5 e 11 cm
  • Lunghezza della coda: 8-12,5 cm quindi ben più lunga di quella dell’Apodemus sylvaticus.
  • Peso corporeo: tra i 18 e i 40 g.
  • Colore del pelo: ha una dorsale leggermente più scura del resto del corpo, che tende al rosso sui fianchi. Il ventre è nettamente bianco con contorni decisi e non sfumati come nell’Apodemus sylvaticus e una specie di collare all’altezza della gola dello stesso colore del corpo ( da qui il suo nome).
  • Vista: Occhi grandi e sporgenti, marrone scuro tendenti al nero con riflessi rossi.

Abbiamo, nel corso di quest’analisi morfologica, voluto sottolineare solamente le differenze del Topo selvatico a collo giallo con gli altri topi selvatici del genere Apodemus, per un possibile riconoscimento specifico della specie, che si può riassumere praticamente in pochi tratti:

  • coda più lunga,
  • volume del corpo un poco più grande,
  • colorazione del pelo leggermente differente.

Aggiungiamo un’ulteriore distinzione , questa volta con il topo domestico: il suo profilo che come tutti i Topi selvatici è meno appuntito e fornito di lunghe vibrisse

Riproduzione e Comportamento:

Ha una spiccata tendenza ad arrampicarsi, a volte la sua coda sembra prensile, e se non arriva ad esserlo, gli fornisce comunque  un valido appoggio sui rami alti.

Anche le sue abitudini sono spiccatamente notturne, le  gallerie-nido che scava sono generalmente più profonde di quelle dell‘Apodemus sylvaticus possono arrivare fino a 1 metro e mezzo di profondità. È possibile una convivenza territoriale tra le specie.

Si riproduce con più frequenza nel periodo che va da febbraio-marzo fino ad ottobre. Il numero dei piccoli topolini selvatici a collo giallo è compreso tra i 2 e gli 11 .

Preferenze alimentari :

Sono le stesse di tutti gli Apodemus, molto variate, ma essenzialmente sono granivori, con una spiccata preferenza per semi ad alto contenuto energetico quali : ghiande, nocciole e castagne.

APODEMUS AGRARIUS: Topo selvatico a dorso striato:

Immagine di un Topo selvatico a dorso striatoHabitat:

Il Topo selvatico a dorso striato è presente in una vasta zona  che va a ovest fino al Caucaso, e ad est fino alla Cina e Corea. Lo troviamo anche nelle isole di Giappone e Taiwan.

In Italia la diffusione è più limitata, visto che ama le zone pianeggianti possiamo trovarlo nella pianura padana ma mai al di sotto del Po,nel Friuli, Trentino e Veneto e in alcuni areali limitati della Lombardia.

Abita i margini dei boschi  e dei campi coltivati tra i cespugli e le siepi, è facile trovarlo anche nelle aree sub-urbane e, soprattutto nei mesi invernali, frequenta ambienti umani come edifici rurali e depositi alimentari. Creando non pochi problemi.

Morfologia:

Anche in questo caso vogliamo solamente evidenziare le differenze morfologiche con le altre specie di Apodemus, quindi per vedere le voci mancanti consultare la morfologia del Topo selvatico sopra:

Lunghezza del corpo: tra i 7,5 e i 12 cm.

Lunghezza della coda: inferiore a quella del corpo come nell’Apodemus sylvaticus, ed è glabra, ossia priva di peli.

Peso corporeo: tra i 16 e i 27 g. nella media

Colore del pelo: Caratterizzato da un evidente striscia nera dorsale, che va dalla testa all’attaccatura della coda, sullo sfondo di un pelo marroncino, e un ventre che può essere bianco o grigio, comunque sempre più chiaro. Le vibrisse sono più corte e più rade se paragonate a quelle degli altri due Topi selvatici

Orecchie: Decisamente più piccole degli altri due Apodemus presenti in Italia.

Comportamento e Riproduzione:

Rispetto agli altri Topi selvatici il Topo selvatico a dorso striato non è attivo solamente di notte , ma lo si vede anche di giorno e nelle ore crepuscolari. I nidi del Topo selvatico sono al solito sotto al
terreno e dello stesso tipo degli altri, ossia con più gallerie collegate tra loro, numerose vie di fuga e Immagine di resti di pigne e nocciole mangiati dal topo selvaticocamere preparate per la gestazione e la cura dei piccoli topolini selvatici, rivestite di muschi e foglie spezzettate.

È da notare che il Topo selvatico a dorso striato presenta una ghiandola  sebacea sotto la coda decisamente più sviluppata degli altri, si presuppone quindi che la secrezione oleosa prodotta da questa, abbia un importanza maggiore nella comunicazione tra gli individui di questa famiglia , che l’olfatto sia quindi più sviluppato (vibrisse più corte) della così detta “vista tattile”.

Nel suo ambiente si trova spesso in competizione territoriale con l’Arvicola rossastra e con il Topo selvatico a collo giallo, in questo caso si è notata una maggiore mortalità tra i piccoli.

La femmine del Topo selvatico a dorso striato di solito partoriscono 3 volte l’anno, la gestazione dura 23 giorni e danno alla luce  da 3 a 8 piccoli al massimo.

Preferenze alimentari:

Questo Topo selvatico, rispetto agli altri  si nutre di più di cibo di origine animale, quindi larve e adulti di insetti, lombrichi e molluschi.

Nelle regioni d’Italia dove è presente può arrecare gravi danni alle culture ortive e alle piccole piantine , soprattutto alle attività vivaistiche, avendo poi la tendenza nei mesi invernali ad entrare nei magazzini di deposito rurali può causare danni alle derrate.

Come catturare il Topo selvatico:

Si usano comuni trappole per micro-mammiferi  con le quali è assai facile catturare questi Topolini, collocandole preferibilmente alla base degli alberi nel folto dei cespugli e delle siepi e usando esche naturali come cereali, o anche torsoli di mele, creme a base di cioccolato e nocciole.

Comunque la cattura di un singolo individuo non risolve certamente eventuali problemi di infestazione da Topi, tra l’altro non è consigliato l’uso di prodotti chimici dovendo intervenire in ecosistemi estremamente preziosi e delicati.

Vi raccomandiamo perciò di contattare sempre personale specializzato e qualificato che possa analizzare realmente il grado dell’infestazione e indirizzarvi verso un trattamento che sia il più direzionato e ecologico possibile, e consegua senza altri danni la sua meta iniziale prefissata: ossia il semplice allontanamento dei Topi selvatici.

Le tre specie di cui sopra non sono protette da alcuna normativa nazionale.

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Topo di fogna: il Rattus Norvegicus 5/5 (3)

MORFOLOGIA
METABOLISMO
RIPRODUZIONE
COMPORTAMENTO SOCIALE
PREFERENZE ALIMENTARI
RICONOSCERE I SEGNALI DELLA PRESENZA DEL RATTO

Immagine di un Rattus norvegicusRattus norvegicus, ratto delle fogne, ratto delle chiaviche, surmolotto, ratto grigio, pantegana.

Scheda etologica:

Abilissimo nuotatore, antico abitante delle steppe asiatiche, le sue invasioni ricordano l’arrivo dei mongoli ,la sua mole e la sua aggressività nel difendersi mette paura alle volte anche ai gatti e ai piccoli cani, quando se lo ritrovano davanti all’improvviso. Ha una sfilza di nomi popolari (non tutti riportabili) uno più terribile dell’altro, che più che titoli nobiliari indicano chiaramente l’idea creata del suo personaggio, pelo duro, coda corta, insaziabile onnivoro, nostro commensale…per non invitarlo più alle nostre mense è bene imparare a riconoscerlo!

Habitat:

Allo stato selvatico come dicevamo , la specie abita le aree steppiche( niente a che vedere con la Norvegia dove appare solamente nel 1790) da onde lontanamente proviene, insediandosi dopo il tardo Pleistocene in una zona al sud del Mar Caspio, seguendo sembra, in epoca più recente, la costruzione della ferrovia transiberiana ha poi attraversato il Volga e dato origine alla colonizzazione dell’Europa orientale, susseguentemente a partire dal delta del Danubio, è entrato in quella occidentale. In Inghilterra lo incontriamo nel 1731, mentre negli Stati Uniti, il surmolotto appare nel 1740 dando però origine a una vera infestazione solamente negli anni ’60 e ’70 di quel secolo, in coincidenza con la grande immigrazione umana proveniente dalla Gran Bretagna.

Ormai sempre più raramente incontriamo questa specie in ambienti isolati, al contrario del Rattus rattus (ratto nero dei tetti) che è una specie prettamente arboricola, il Rattus norvegicus (ratto grigio delle fogne) è prettamente terrestre, nidifica in lunghe gallerie poco profonde e con molte vie di fuga, costruisce i suoi nidi anche sotto i pavimenti delle case. La pantegana (può anche tarttarsi di pantegana gigante) “frequenta” abitualmente le discariche ( discarica.roma.it ), le fogne, ogni tipo di scarpata o di fosso, come quelli ferroviari e stradali, in prossimità dell’acqua, anche stagnante,possibilmente incrementata da rifiuti organici, parchi urbani e giardini.

Immagine disegnata di Rattus norvegicus

Nelle nostre case colonizza quasi esclusivamente le parti inferiori, legnaie, cantine, stalle dove è maggiore la quantità del suo cibo preferito: il mangime degli animali domestici. La penetrazione nelle parti superiori delle case può avvenire però attraverso le tubazioni di scarico. Il Rattus norvegicus , non essendo un buon arrampicatore ha però la capacità di salire in tubi fino a 10 cm di diametro facendo leva su entrambe le pareti con le zampe aperte come uno scalatore di free climbing.

Essendo una specie a carattere terrestre frequenta anche le zone rurali, dove trova un abbondante disponibilità alimentare nei campi dove ancora non si è provveduto al raccolto, distruggendo e contaminando derrate, e comodi rifugi nei fossi e canali di drenaggio tra una coltivazione e l’altra.
Le gallerie scavate dal Ratto grigio si distinguono da quelle delle Arvicole campestri giacché queste ultime asportano lontano la terra di scavo, mentre il surmolotto non ha quest’accorgimento e lascia grandi quantità di terra all’imboccatura della tana.

 

Morfologia:

  • Lunghezza del corpo: 18 a 27 cm alle volte raggiunge persino i 40 cm, corporatura più robusta esteriormente di quella del rattus rattus
  • Lunghezza della coda: 15-21 cm più corta e spessa di quella del ratto dei tetti, bicolore; sopra scura e più chiara inferiormente, con rada peluria. Lunghezza sempre inferiore alla lunghezza del corpo.
  • Peso corporeo: tra i 200 e i 400 g. , arriva anche ai 700 g.
  • Colore del pelo: pelo apparentemente ispido e ruvido, colore che va dal marroncino grigiastro, alle volte grigio scuro con il ventre più chiaro, possono essere presenti macchie o strisce bianche nella colorazione.
  • Vista: pur avendo la vista debole dovuto alle sue abitudini notturne, i ratti sono in grado di percepire alcune frequenze dell’ultravioletto. Occhi più piccoli rispetto al muso, neri, con due evidenti creste ossee suborbitali parallele. Scarsamente sensibile ai colori ma molto sensibile ai cambiamenti di luminosità. Scarsa percezione di profondità.
  • Denti: Il Rattus norvegicus ha 16 denti, stessa formula dentaria degli altri due roditori infestanti e stesso tipo di incisivi appuntiti a crescita continua.
  • Orecchie: più piccole rispetto a quelle del rattus rattus e provviste di peli molto fini. Udito sensibile agli ultrasuoni, come quelli che emettono i loro piccoli per sollecitare la madre a dar loro la poppata.
  • Olfatto: molto aguzzato, sicuramente è il senso più sviluppato nel Ratto grigio, usato anche per riconoscere i sentieri sicuri che portano al cibo e al nido, attraverso il riconoscimento dei ferormoni presenti nelle loro feci e urine.
  • Tatto: Sono dotati anche di lunghe vibrisse o baffi, molto sensibili. È stato notato che gli individui con le vibrisse intere sono dominanti rispetto agli altri, visto che i roditori e i ratti in particolare,hanno la tendenza a muoversi sempre a diretto contatto con gli oggetti.
  • Feci: Le feci del Ratto delle chiaviche sono più grandi e senza punte rispetto a quelle dei Ratti dei tetti anche se in alcuni casi possono essere anche con una sola punta. Le urine come le feci servono anche per marcare il territorio e i cammini soliti, e sono visibili con la lampada UV. (lampada di Wood) . Defeca tra le 30 e 180 volte al giorno.

Immagine del profilo di Rattus norvegicusImmagine di escrementi di Rattus norvegicusImmagine di impronte di rattus norvegicus

Metabolismo

Molto elevato dovuto alle sue ridotte dimensioni; è anche per questo che deve mangiare molto in rapporto al suo peso, ed avere nella sua dieta sufficienti proteine.

  • frequenza cardiaca:325-780 /min;
  • frequenza respiratoria: 60-220/min;
  • temperatura corporea: tra i 36,5 e i 38°C.

I Ratti come i Topi si termoregolano dilatando le vene della coda e quelle delle orecchie e sudando dalle ghiandole sudoripare poste sotto i cuscinetti plantari.

Durata della vita:

L’elevata riproduttività del Rattus norvegicus, o Surmolotto è controbilanciata da una durata della vita molto corta, in natura la longevità massima riscontrata è difficilmente superiore all’anno(18 mesi), ma in media i valori sono più bassi, uno dei fattori importanti che la condiziona, sembra essere la densità della specie e la conseguente mancanza o abbondanza di cibo.

Riproduzione:

La Pantegana, in presenza di abbondanza di cibo e condizioni climatiche adatte (non troppo freddo),prolunga il suo periodo fertile anche per tutto l’anno. Le femmine della pantegana sono pronte per l’accoppiamento all’eta di 8-12 settimane, la gestazione dura tra i 20 e 24 giorni, al termine della quale danno alla luce da 6-a 9 piccoli ratti glabri in nidi terrei, generalmente ricoperti, da materiale morbido rimediato ovunque ; giornali, polistirolo, tessuti rosicchiati ecc.
Nella femmina del Surmolotto è presente l’estro post partum ossia che sono in grado di accoppiarsi subito dopo aver partorito, nonostante questa possibilità però in condizioni normali è difficile che si verifichino più di cinque parti all’anno. I piccoli ratti avranno bisogno delle cure continue della madre per lo meno durante le prime due settimane di vita.

Comportamento sociale

Come le altre due specie anche il Ratto delle chiaviche (detto anche ratto di fogna) è attivo soprattutto nelle ore notturne, in alcune zone dove sono presenti predatori come le volpi (anche loro notturne) si è riscontrata una maggiore attività diurna , oltretutto come abbiamo spiegato per le altre specie, durante la notte nelle ore più sicure, hanno accesso al cibo i maschi e le femmine dominanti e gravide, mentre i maschi subordinati devono correre più rischi, questi inoltre sono costretti ad allontanarsi dalle aree centrali della colonia  normalmente formate da un maschio dominante e varie femmine.

La gerarchia si stabilisce inizialmente attraverso combattimenti tra maschi dove generalmente vincono quelli con corporatura maggiore , mentre con il passare del tempo la supremazia appare più legata all’età, e quelli più giovani, anche se con corporatura maggiore, alle volte cedono senza neanche combattere.
Gli individui maschi del Rattus norvegicus (topo di fogna) sono quelli inoltre, che percorrono un territorio più vasto alla ricerca di cibo, nell’ordine di alcune migliaia di metri, mentre nelle zone urbane le distanze si fanno minori (65 m in media). Il gruppo nel suo insieme difende il territorio dagli estranei.

Il Ratto delle chiaviche o Surmolotto è un attivo scavatore, realizza gallerie sotterranee estese e con più uscite di fuga, colloca il nido all’interno di queste e sicuramente nell’unico posto dove non è possibile scavare da sopra, egli è tra l’altro un ottimo saltatore capace di compiere salti in alto di un metro o più. Pur non essendo capace di scalare pareti lisce o poco ruvide, è tuttavia in grado, come già accennato all’inizio di quest’articolo, di risalire tubazioni di un massimo di 10 cm.

Il Rattus norvegicus (ratto di fogna) è inoltre un ottimo nuotatore, sembra documentato infatti che sia capace di nuotare per parecchie ore anche in mare aperto. In Nuova Zelanda ha attraversato un braccio di mare aperto lungo 400 m che separava due isole (Russel et al. 2005).
Anche loro come i ratti neri dei tetti comunicano tra loro attraverso una notevole varietà di suoni e ultrasuoni e posture comportamentali.

Preferenze alimentari

Il Ratto delle chiaviche o Pantegana o Topi di fogna è una specie onnivora in grado di adattarsi a tutte le condizioni alimentari, sia allo stato selvatico che in associazione con l’uomo.

Allo stato selvatico si nutre delle parti verdi delle piante, dei semi come delle radici, ma si ciba anche di Molluschi, invertebrati,crostacei, anfibi, uova di uccello e soprattutto di altri piccoli roditori quali le Arvicole e topi domestici, pratica anche il cannibalismo nei confronti di individui anziani, malati e addirittura moribondi intossicati dagli stessi rodenticidi.

A contatto con l’uomo la pantegana riesce a trasformare in cibo qualsiasi rifiuto urbano e qualunque tipo di sostanza organica presente per esempio nelle fogne. Adora , e non mi stancheró mai di ripeterlo, il cibo destinato agli allevamenti zootecnici e ai nostri animali da compagnia, per lui completo in tutto e per tutto, dalle vitamine ai sali minerali al sapore, anche se secondo le persone specializzate nell’allevamento dei ratti di estimazione, questo tipo di cibo è sconsigliato in quanto pesante per il loro fegato.

Questa specie di ratti accumula il cibo in eccedenza, quando è facile da trasportare all’interno di in un luogo, anche se in minor quantità rispetto al ratto dei tetti. Da qui l’importanza dell’uso di esche rodenticidi  fisse, dato che la sparizione di quelle mobili non necessariamente significa che sono state mangiate dal soggetto.

Ricordiamo che il Surmolotto o Rattus norvegicus è una specie di topi particolarmente neofobica e quindi difficile da derattizzare, passerà molto tempo prima che si avvicini alle nuove esche e sarà necessaria molta pazienza.  Il numero dei pasti differisce tra maschi e femmine nell’arco delle 24 ore; queste ultime hanno la tendenza a fare pasti più frequenti ma brevi, al contrario dei maschi che rimangono più tempo nei siti di alimentazione.

È inutile sottolineare anche in questa occasione, quali gravi danni possono provocare le colonie di ratti sia all’agricoltura che alla produzione industriale di alimenti, quali e quanti problemi di salute possono provocare all’uomo.

Riconoscere i segnali della presenza dei ratti:Immagine di traccie untose di Rattus norvegicus

  • Rumori: sono meno rumorosi dei ratti dei tetti, comunque una colonia si sente distintamente dagli squittii e brontolii delle “litigate” anche diurne. In questo caso i rumori provengono per lo più dalle cantine o legnaie. Il norvegicus si individua per i frequenti rumori di rosicchiamento e scavo, è un animale più pesante degli altri, quindi i suoi spostamenti sono più manifesti.
  • Feci: queste sono il segno più evidente della presenza dei Ratti, quelle del ratto delle chiaviche come si può vedere dalla scheda sono più grandi e senza punte, solitamente di colore scuro marcano il cammino usuale dell’animale come le urine.
  • Materiali rosicchiati: nelle strutture dove è presente l’infestazione si incontrano molti tipi di materiali rosicchiati, soprattutto plastica e legno, cartoni di imballaggio, cemento e terra ed anche metalli morbidi. Ricordiamoci che il Surmolotto, come le altre due specie infestanti, ha un disperato bisogno di consumare i suoi incisivi appuntiti, che se non usati a sufficienza possono crescere fino a perforargli il cervello.Per chiudere le tane scavate nel cemento si consiglia l’uso di una mistura di cemento e pezzi di vetro.
  • Altri segnali: Il ripetuto passaggio attraverso i cammini usati dai ratti è a sua volta facilmente identificabile, dentro le case e gli ambienti umani, da tracce di untuosità sui muri,dovute allo strofinamento del pelo, sui bordi delle fessure di entrata ai nidi, sulle tubature che usano per salire, così come accumuli di residui di cibo. In ambiente aperto, invece, si notano piste nell’erba alta della larghezza di 10 cm ripetutamente calpestate, o dove la vegetazione è addirittura completamente assente mentre all’uscita delle tane si vedono chiaramente accumuli di terra di scavo.

Non è l’animale in se che è “malvagio”, ma l’ambiente che frequenta e di conseguenza i suoi parassiti che sono estremamente pericolosi per la salute dell’uomo.

Immagine di escrementi di Rattus norvegicus

Dopo questa, speriamo esauriente, spiegazione sull’etologia del Rattus norvegicus, se vogliamo allontanare i ratti consigliamo caldamente ai nostri lettori che in caso di sospetta infestazione, di optare per interventi di protezione immediata di noi stessi e dei nostri animali domestici; disinfettandoci

frequentemente le mani (anche se usiamo i guanti) quando entriamo in contatto con oggetti e/o ambienti specifici , eliminando qualsiasi cibo possa essere stato contaminato dalle nostre case e contattando al più presto personale qualificato e specializzato che possa indicarvi una corretta derattizzazione mirata e consona all’ambiente e alle persone che ci vivono.

Link utili:

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Rattus rattus, Il Ratto dei tetti. Approfondiamo la sua conoscenza! 5/5 (2)

MORFOLOGIA
METABOLISMO
RIPRODUZIONE
COMPORTAMENTO SOCIALE
PREFERENZE ALIMENTARI
RICONOSCERE I SEGNALI DELLA PRESENZA DEL RATTO DEI TETTI

Abile equilibrista, arrampicatore,  amante delle altezze, il Rattus rattus, compagno dei naviganti era il primo a scappare dalle navi che stavano pernaufragare. Questo era il segnale che non c’era più speranza, che tutto era perduto…

Immagine di un Rattus rattusRattus rattus: Ratto dei tetti, ratto delle navi
Scheda etologica

Di lui abbiamo un terrore atavico, visto come portatore di peste bubbonica (non sapevamo che in realtà era la sua pulce a trasmetterla),causa delle terribili pestilenze del Medio Evo, da allora in realtà è riuscito a conquistarsi una vasta nicchia ecologica in Europa, proprio perché noi uomini avevamo “Demonizzato” il Gatto, suo predatore naturale.

Avere un gatto in casa significava essere un adoratore del demonio o peggio ancora una strega, ed ecco che il nostro ratto delle navi trova nel nostro paese; palme bellissime, altissimi pini e scogliere sicure dove costruire il proprio nido, e soprattutto nessun predatore antagonista.  Comincia così  la sua colonizzazione di isole e porti. Poi, seguendo passo passo l’uomo o meglio il suo cibo, si addentra all’interno del continente Europeo e, dove fa molto freddo, si sistema comodamente nei fienili, nei granai pieni delle loro preziose scorte di sementi, di olio e altre prelibatezze, come biasimarli!

Ricordo ancora la lotta ai ratti che mia nonna condusse impavidamente per tutta la vita , difendendo le nostre riserve annuali di odoroso olio extra vergine (2 damigiane non di più), provenienti dai nostri oliveti e poi collocate nella buia cantina della casa di città: nessuna corda nelle vicinanze, trappole per topi degne di un cartone animato, in quanto ai topicidi che si trovavano in giro allora, erano gli stessi che si usavano per uccidere i mariti e lei…non li avrebbe “mai!”comprati. Aveva i suoi trucchi, anche se non sempre funzionavano.

Brutta fama dunque, ma come stiamo facendo con le altre due specie di Muridae proviamo a conoscerlo meglio, chissà che non ci diventi più simpatico e soprattutto chissà che non troviamo un metodo per liberarci della sua presenza, che non sia così “drammatico”!

Habitat e diffusione:

Come dicevamo, il Rattus rattus è originario del sub continente indiano ( alcune tesi parlano di Mesopotamia) fatto certo è che viaggiando come clandestino a bordo delle navi (da qui il nome: ratto delle navi)si è diffuso in gran parte del nostro Paese. Tra le prime datazioni certe ci sono dei resti trovati a  Pompei risalenti al II sec. AC.

È un abilissimo arrampicatore, quindi allo stato selvatico lo troviamo nelle falesie, nelle zone rocciose e scogliere di tutte le isole del mediterraneo così come nelle pinete e nelle macchie basse della vegetazione mediterranea, mentre, dove il clima diventa continentale, cioè più freddo, la sua presenza è confinata alle abitazioni dell’uomo. Nel Nord America per esempio è stato quasi praticamente soppiantato dal Rattus norvegicus , incontriamo ancora però, sacche di grandi colonie nelle metropoli ad alta densità abitativa di carattere portuale (New York). Al contrario continua a espandersi tranquillamente in tutte le regioni con clima tropicale e sub-tropicale come in Brasile, nella fascia costiera della Mata Atlantica per fare un esempio.Questa specie invece è quasi scomparsa, ancora una volta soppiantata nella nicchia ecologica dalla sua rivale , nel Regno Unito, Svezia e Germania (Lund, 1994).

Nelle nostre città, abita giardini e parchi urbani e, negli edifici colonizza in particolar modo le parti alte come le soffitte e i tetti (da qui il nome : Ratto dei tetti) , da dove entra attraverso porte lasciate aperte, camini, e addirittura dalle fessure create per i cavi di alimentazione causando pericolosi corti circuiti. Essendo un abilissimo arrampicatore può risalire le tubazioni verticali larghe appena 10 cm  e quindi entrare anche attraverso i nostri bagni per poi scomparire di nuovo.

Nelle campagne ha un debole per i magazzini, specialmente dove si opera con stoccaggio di alimenti, per le stalle e gli allevamenti, adora il mangime dei cani! Pur prediligendo aree più asciutte ( quindi sarà difficile trovarlo nelle fogne, regno del rattus norvegicus) in caso di necessità è un abile nuotatore.
Essendo come dicevamo, prevalentemente arboricolo, costruisce i suoi nidi grandi e di forma globulare sugli alberi (di preferenza palme e pini) imbottiti dalle femmine, poco prima del parto, con una grande quantità di materiale morbido, come foglie secche e muschio ma quando abita i nostri sottotetti non disdegna carta , plastica e tessuti.

Morfologia

  • Lunghezza del corpo: esclusa la coda 15-24 cm
  • Lunghezza della coda: 17-28 cm, scagliosa, glabra e dello stesso colore delle zampe. Ella è fina e la sua lunghezza è superiore a quella del corpo. Viene usata dal ratto dei tetti come contrappeso naturale per mantenere l’equilibrio, addirittura in alcune sottospecie viene usata come esca per catturare piccoli granchi.
  • Peso corporeo: 200-300 g. I maschi sono generalmente più grossi delle femmine.Immagine del profilo di Rattus rattus
  • Costituzione corporea: presenta una corporatura più slanciata rispetto al surmolotto o ratto grigio e una differenza sostanziale nella forma cranica, egli non possiede le due creste ossee laterali tipiche del rattus norvegicus e tutto il suo cranio è più stretto, allungato e appuntito. Le sue tracce mostrano su ogni zampa cinque cuscinetti plantari in corrispondenza delle dita. Il muso è glabro e rosato con lunghe e sensibili vibrisse.
  • Colore del pelo: Il pelo è folto e morbido. Distinguiamo qui  tre variazioni cromatiche da attribuirsi a tre rispettive sottospecie non geograficamente suddivise: R.r.alexandrinus: pelo marroncino grigiastro con ventre grigio sporco; R.r. frugivorus: pelo su dorso e fianchi marroncino grigiastro mentre sul ventre sfuma sul biancastro; R.r.rattus: parti superiori dal grigio scuro al nero totale , grigio ardesia sul ventre
  • Vista: gli occhi sono grandi e sporgenti, normalmente di colore nero, la vista dei ratti come quella dei topi non è molto sviluppata essendo animali con abitudini prettamente notturne. Sembra non vedano i colori.
  • Denti: 16 denti e mancanza di premolari e canini. Incisivi a crescita continua che si consumano attraverso la masticazione.
  • Orecchie: più grandi rispetto a quelle del rattus norvegicus, le orecchie del ratto dei tetti sono sottili, senza peli e quasi trasparenti. Udito altamente sviluppato  che riconosce infinite variazioni di ultrasuoni data l’intensa comunicazione sociale,  anche se , come il mus musculus , può assuefarsi ad alcuni apparecchi collocati appositamente al fine di allontanare i ratti, che imitano gli ultrasuoni emessi dagli uccelli rapaci, loro predatori. Comunicano tra loro attraverso una grande serie di squittii e sibili. Se tirate in avanti riescono quasi del tutto a  coprire l’occhio dell’animale.
  • Olfatto: anche questo sviluppatissimo, permette ai Ratti neri di riconoscere i cammini e i territori che abitualmente percorrono, che sono marcati dalle loro stesse urine e feci e da una sostanza oleosa (betalanolina) che essuda dal corpo dei ratti. Permettono oltretutto di riconoscere al buio la tipologia delle varie sostanze organiche di cui si alimentano.
  • Feci: Le feci caratteristiche del Rattus rattus hanno forme che variano dall’ovale al sub-cilindrico Spesso a forma di piccole banane, lunghe di solito 9-12 mm e larghe 2-4 mm e meno appuntite di quelle del rattus norvegicus. Per l’uomo sono un ottimo sistema di riconoscimento e termine di comparazione tra le specie di roditori, fatto importantissimo al momento di decidere quale metodologia topicida usare. L’urina è secreta frequentemente,e contiene lipocaline che sono speciali piccole proteine secrete apposta per la comunicazione intraspecifica, le femmine ne producono il 30% in più dei maschi, e serve a marcare il territorio, a riconoscersi tra loro, a far conoscere la posizione del nido, la presenza di pericoli, e la loro età, i maschi oltre alle lipocaline secernono sostanze volatili (per la disinfestazione piccioni leggi questo articolo)che funzionano come attrattiva per le femmine. Defeca tra le 30 e 150 volte al giorno.

Metabolismo

Molto elevato dovuto alle sue ridotte dimensioni;

  • frequenza cardiaca:325-780 /min;
  • frequenza respiratoria: 60-220/min;
  • temperatura corporea: tra i 36,5 e i 38°C.

I ratti neri come i topi e i surmolotti si termoregolano dilatando le vene della coda e quelle delle orecchie e sudando dalle ghiandole sudoripare poste sotto i cuscinetti plantari.
Hanno abitudini crepuscolari notturne e di solito il freddo rallenta molto la loro attività in generale.

Durata della vita

Il Ratto dei tetti raramente sopravvive più di un anno allo stato selvatico, mentre in cattività raggiunge i 4 anni.

Riproduzione

Il sessaggio dei ratti neri è uguale a quello di tutte le specie di Muridae, in più nel Rattus rattus si possono più facilmente distinguere, visto che il maschio è quasi sempre più grande della femmina.

È importante ricordare che questa specie ha forti attitudini arboricole quindi i nidi sono sempre in posizioni elevate (sottotetti, alberi , soffitte) e pertanto difficilmente raggiungibili.

Il periodo riproduttivo ha dei picchi in estate e in autunno , ma in condizioni climatiche e di disponibilità di cibo favorevoli possono riprodursi durante tutto l’anno, varia anche a seconda delle stagioni e delle latitudini. La maturità sessuale è raggiunta dalle femmine intorno ai 3-5 mesi di vita, in genere si accoppiano con il maschio dominante, dando alla luce tra i 5 e i 10 piccoli dopo una gestazione di più o meno 24 giorni.  I piccoli ratti nascono glabri, ciechi e sordi e rimangono sotto le cure parentali anche dopo lo svezzamento (un mese) fino al raggiungimento della taglia adulta.

Comportamento sociale:

La struttura sociale e le abitudini dei ratti sono estremamente complesse.

I cosiddetti Ratti delle navi vivono in colonie miste composte di numerosi esemplari ambosessi. Queste colonie si originano sempre da una coppia riproduttiva o da una singola femmina incinta.

La struttura gerarchica è rigida e presente sia nei maschi che nelle femmine, oltre al maschio dominante esiste anche la femmina dominante, e questa prevale anche sui maschi subordinati, Immagine di escrementi di Rattus rattusche molto spesso finiscono per essere allontanati. Questa gerarchia crea una differenziazione di possibilità di accesso al cibo disponibile, quindi i dominanti mangiano prima e nelle ore notturne mentre i subordinati affrontano i pericoli delle incursioni nelle ore di luce. In genere i ratti neri difendono aggressivamente solo le aree strategicamente importanti determinate da una  maggiore disponibilità di cibo.

È una specie che può compiere anche lunghi tragitti a procura del cibo (fino a 174 m), le dimensioni dell’area vitale sono maggiori nei maschi rispetto alle femmine e si aggirano intorno ai 10 ettari.
La comunicazione vera e propria tra gli individui di questa specie di ratto si manifesta attraverso squittii e pigolii , quando irritato emette brontolii. Per manifestare dominanza assume anche posture particolari e arriva al contatto fisico aggressivo che in rari casi arriva all’uccisione dell’intruso e a episodi di cannibalismo.

Preferenze alimentari:

Il ratto nero o ratto dei tetti pur essendo onnivoro si distingue dal suo rivale il rattus norvegicus o ratto delle chiaviche ,  in quanto più chiaramente preferisce prodotti di origine vegetale, ama ogni tipo di frutta sia fresca che secca, granaglie, semi di pini, frutti delle piante ornamentali come quelle delle palme da dattero, uova di uccelli, chiocciole, larve e adulti di insetti, alimenti destinati agli animali domestici di cui è veramente ghiotto, arriva a mangiare anche resti di pesce , essendo un animale che vive spesso in prossimità dei porti. Il ratto dei tetti è anche un attivo predatore di altri micromammiferi quali topolini e arvicole, frequentemente lo si trova nelle trappole dove questi ultimi sono stati catturati per cibarsi proprio di loro.

È importante sottolineare la marcata neofobia (paura del nuovo) di questa specie, che lo rende animale difficile da derattizzare con esche chimiche topicide, specialmente quando infesta depositi alimentari o silos dove l’abbondanza di cibo conosciuto lo porta a non interessarsi a nuovi odori o sapori. Mostra anche , in diversi casi, resistenza fisiologica a esche anticoagulanti, dovuta alla costante pressione selettiva esercitata dall’uomo nell’arco di decenni con l’uso di queste sostanze.
Generalmente un ratto nero consuma intorno ai 15-20 g al giorno di cibo e 15 ml di acqua , necessità , quella idrica, che gli impedisce di colonizzare stabilmente posti dove non abbia un approvvigionamento di acqua continuo.

Riconoscere i segnali della presenza del Ratto dei tetti:

  • Rumori: sono molto più rumorosi dei topolini domestici, una colonia si sente distintamente dagli squittii e brontolii delle “litigate” anche diurne. I rumori provengono per lo più da zone alte della casa, solai, soffitte e dalle cime di alberi. Rumori di camminate rapide , ma  chiaramente percettibili, anche perchè il materiale dei tetti (tegole di ceramica, tettoie plastiche) è decisamente più rumoroso
  • Feci e odore: Come il mus musculus, il ratto delle navi contamina con la propria urina e feci anche il cibo che mangia e marca con esse i propri cammini, per quanto riguarda la forma, come possiamo vedere, esse sono scure a forma di piccole banane appuntite su di un lato, sono in quantità minori di quelle prodotte dal topo. L’odore delle urine è forte e impregnante.Immagine di impronte di Rattus rattus
  • Macchie di untuosità: nei passaggi più difficoltosi ( sotto le travi, al termine di una corda usata come cammino) si trovano le caratteristiche macchie di untuosità costituite dalla betalanolina da urine e feci che il topo calpesta e rende levigate come cera, usando le zampe e i peli del ventre.
  • Altri segnali: A parte i danni che possiamo rilevare nelle nostre dispense, difficilmente troveremo tracce di buchi di tane scavate in prossimità dei pavimenti o nel terreno, piuttosto cerchiamo le sue tracce nei solai e soffitte. Chi possiede aree verdi intorno alla casa o alla fabbrica, cerchi sotto gli alberi, tracce dei resti dei semi di cui esso si nutre e i nidi (abbastanza voluminosi) tra le chiome delle palme e dei pini

Detto questo, per concludere questa breve scheda etologica sul Rattus rattus, mi riservo personalmente di ricordarvi, cari lettori e curiosi, che questo animale è portatore, al pari degli altri roditori infestanti, di malattie gravissime (vedi qui – sezione infezioni) attraverso i suoi parassiti e escrementi.  Quindi, niente panico, quasi sicuramente non morirete di peste, ma è urgente e necessario per la vostra salute e quella dei vostri animali domestici agire al più presto procurando personale qualificato e competente che sappia, insieme a voi organizzare una efficace e continuativa strategia di derattizzazione ecologica.

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